Non che sia il mio scrittore preferito, Aldo Nove, ne che l’articolo sul Corriere (Basta Cannibali: ora bisogna parlare della precarietà del lavoro) fosse geniale. Però mi ha fatto venire in mente delle cose. L’ho sempre pensata come Tullio Avoledo (L’elenco telefonico di Atlantide): perché si pubblicano (e si vendono) così tanti libri gialli, polizieschi e noire, quando i veri delitti si commettono in fabbrica, in casa, in ufficio, a scuola?
Bè il motivo è chiaro: la letteratura gialla è certamente reazionaria (a parte eccezioni: Sciascia). È un modo di non pensare. È rassicurante, è una semplicistica spiegazione del mondo (buoni/cattivi, vittime/carnefici).
Ma non siamo stufi di non pensare, di non mordere, di comprare libri sulla banda della Magliara, su furti e stupri, quando i veri assassinii si consumano al chiuso delle pareti di casa, al di là di una falsa calma, lentamente, astiosamente, premeditatamente, quando le vere rapine le perpetrano i datori di lavoro, con la connivenza di politici e la complicità dei sindacati, con l’alibi di congiunture economiche e internazionali, col movente di avere macchine ancora più grosse, case più costose, amanti più tettone, col movente, sempre quello, de far sempre pi schei?
Quando lavoravo alla Permasteelisa non me la passavo tanto bene. Stavo anche cinquanta ore alla settimana davanti allo schermo nero di AutoCAD, senza che succedesse mai nulla. Senza che arrivasse mai una mail per me, una richiesta, un consiglio, un rimprovero. Era come essere approdato col mio modulo lunare sul pianeta rosso. Potevano passare giorni, settimane, senza che nessuno mi parlasse. Andavi avanti colle tue linee, le tue quote, i tuoi retini, a disegnare pezzi tutti uguali che parevano non finire mai.
Mi sentivo come si sente un treno in una rotaia, come un paese del terzo mondo costretto alla monocultura. Lo sapevano i capocchia che questa era la principale causa di mortalità nell’azienda. E ogni tanto si inventavano qualcosa.
Alle 11 di mattina di un giorno senza nome mi arriva una e-mail:
12.40 a.m. brainstorming del Project Team “Bishop Square”in sala F3 (piano interrato) per valutazione delle strategie e delle scadenze della progettazione dell’ala est dell’edificio in Bishop Square, Londra.
Massimo Fanti
Lo guardai. Fanti era a cinque metri da me. Perché non me l’ha detto a voce, pensai. Magari perché è una riunione formale, pensai, con anche gli ingegneri del primo piano. Magari è una cosa importante, ci sarà anche qualche quadro aziendale, pensai. Magari mi hanno scelto per entrare in qualche nuovo team, pensai, magari è la volta che mi danno una chance, magari lavoro bene e duro e finisco a Londra in cantiere, magari…
Alle “12.40 a.m.” ci ritroviamo per le scale io, Giorgio, Maurizio, Carlo, Guido, Stiven (si si, Stiven…), tutti nuovi arrivati, più o meno. Spegniamo la sigaretta e entriamo in sala F3. Fanti era al telefono. Prendiamo posto attorno al tavolo. Tutti avevano portato fogli, penne, matite, fotocopie. Massimo Fanti mette giù il telefono, spegne con ostentazione il cellulare.
“Allora…”, fa. E inizia a spiegarci le «problematiche» della nuova ala dell’edificio, le «tempistiche» del progetto, lo «stato d’avanzamento» del lavoro. Alla fine chiede se ci sono consigli, proposte.
“Coraggio…”, dice.
È come aprire un rubinetto. L’introspezione di tutti ‘sti mesi strascorsi su Marte esce in un botto. Tutti iniziano a scatenarsi, a fare proposte, a enunciare teorie. Si scalmanano, litigano tra di loro, confrontano argomenti, urlano, finalmente liberi. È un delirio. Un’anarchia, una festa. Si arriva a discutere dei massimi sistemi, della struttura del team, del cantiere, della gerarchia aziendale, del ruolo dell’amministratore delegato. Tutti la san lunga: l’hanno capito, loro, come migliorare il rendimento, come eliminare gli sprechi e ottimizzare il lavoro. Maurizio si accalda e si alza in piedi, batte un pugno sul tavolo. È la rivoluzione dal basso, power to the people, la catarsi. La rifondazione dei presupposti su cui si regge l’azienda, la critica al capitalismo, al marxismo, al clientelismo, al decostruttivismo, al qualunquismo, al modernismo.
Fanti, il project manager, sta leggendo dei documenti e ogni tanto finge di interessarsi alla discussione, finché dopo un’ora guarda l’orologio da polso e decide che ci siamo divertiti abbastanza. Chiede il silenzio, e tranquillamente ci dice come ha organizzato il lavoro. Con semplicità ci divide a gruppetti. David e Emanuele: note di taglio degli spandler all’ottavo piano. Toni e Carlo: sviluppo balaustre dodicesimo piano edificio B -e così via.
Tutto qua il brainstorming: rinchiuderci in una stanza insonorizzata e lasciarci sfogare, con la scusa di farci credere di partecipare ai processi aziendali, di essere noi a decidere. Chiaramente un trucchetto ideato da qualche psicologo aziendale per non farti esplodere, per evitare che tu entri una mattina imbracciando un mitra.
Usciamo, facciamo a tempo di bere un caffé, mangiare due Ringo al distributore automatico. Torniamo in ufficio, all’interminabile fila di computer, ognuno davanti al proprio PC, come mucche in batteria.
La rivoluzione ai vertici dell’azienda era fallita.
E avevamo anche perso la pausa pranzo.