Scusa Mimì non vorrei

Scusa Mimì non vorrei ferirti. Scusa ma proprio non ce la faccio. Con tutto il bene che ti voglio non ce la faccio a interessarmi come vorrebbero le radio, i giornali e (suppongo) la tv alla tua situazione. Solo perché avete un bel nome che “puzza di rancio fureria e popolo”, che rimanda echi ottocenteschi, un nome che ricorda sudore, fatica, fuochi di officina, piazze incazzate, eschimo e sciarpe rosse. Metalmeccanici. Proprio un bel nome.

Non ce l’ho con loro ovvio. Ci mancherebbe, hanno il contratto scaduto e fanno bene a scendere in piazza, a bloccare i treni e le autostrade. Ieri su Katerpillar (Radio2) era collegato un dirigente del sindacato bolognese che ha promesso che se entro domani non chiudono il contratto impediranno lo svolgimento della prima puntata del Grande Fratello. Questa mi pare geniale. Surreale, situazionista addirittura, assolutamente al passo colla nostra Società dello Spettacolo.

Comunque, tutto sto tam-tam mediatico. Sono tanti, si dice, un milione e cento mila operai. (A parte che non è vero: io in Permasteelisa avevo il contratto metalmeccanico e non ho nemmeno mai preso in mano una saldatrice, magari!). E poi: domandano un aumento lordo di cento euro e la federmeccanica offre loro 94 euro. 6 euro di differenza. Lordi. Che al netto di trattenute, in busta paga diventano 4 euro e venti centesimi.

A me pare fantascienza. Tra popolo della partita IVA, cocopro, part time e finti occupati, noi “lavoratori atipici” (atipici?) siamo quasi sei milioni.

S-E-I M-I-L-I-O-N-I!! Che prendiamo mediamente un terzo in meno di quello che prende un metalmeccanico senza avere nessuna delle agevolazioni (tante: malattia, ferie, pensione…) di cui godono loro. In alcuni casi (partita IVA) senza nemmeno la possibilità di rivalersi se non si viene pagati.

Siamo in campagna elettorale: avete visto qualcuno scrivere nel proprio manifesto qualcosa sull’argomento? Avete mai sentito alla tv un sindacalista, un politico, una soubrette, che cavalchi ‘sto problema? Frega un cazzo? Mi pare che la politica, ma a sto punto anche intellettuali, scrittori, giornalisti siano distanti anni luce dalla società reale. Mi pare che si sia persa la ragione, la misura delle cose. (Sai che scoperta…)

Dice il mio amico Paltò, precario in fabbrica di stampati metallici (precario in fabbrica, ma dove siamo arrivati?): “Alle elezioni, se vanno su quegli altri ci trasciniamo nel limbo ancora per anni. Speriamo vinca Berlusconi, così almeno la situazione esplode.”

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Dear Mrs. R. Blenman

Dear Mrs. R. Blenman sono passati tredici giorni da quando le ho inviato il mio CV. Non voglio metterle fretta, capisco che i tempi di selezione in uno studio come il Vostro, anche in considerazione dell’alto numero di richieste che indubbiamente Vi perverranno, siano allargati.

È che qui la situazione si fa sempre più critica.

Dear Mrs Blenman, ho la cassetta postale intasata di richieste: architetti, ingegneri, grafici e operai del terzo millennio a vario titolo che mi chiedono consigli di vario genere. Rispondo loro che guadagno 15000 euro l’anno e ne pago 5000 di tasse. Scommetto che sono un contribuente maggiore di Fiorani. Ogni volta che percorro la Venezia-Milano penso orgogliosamente che l’ho pagata anch’io.

Qui, Mrs. R. Blenman, la situazione sta evolvendo in maniera incontrollata. Voglio dire che sta andando in vacca. Arresteranno Ricucci, lo so. È solo questione di ore. È finita la pacchia per noi furbetti. Dovremo emigrare in massa.

Ma non è, dear Mrs. R. Blenman, mia intenzione lamentarmi. So bene che non è colpa delle politiche governative ne comunitarie. È tutta colpa dei cinesi. Dei cinesi, degli arabi, e degli indiani. E di quei bastardi cinesi.

Dear Mrs. R. Blenman, ma non voglio discutere della situazione internazionale. In fondo è il mio curriculum, ciò che conta. Le mie note caratteriali. Cercherò di essere esaustivo e allo stesso tempo completamente sincero con lei.

Ieri sono uscito dallo studio alle 8.30 e sono passato a bermi un-aperitivo-uno al Monkees. Sono tornato a casa alle due e alla tv davano un film di Corman. Non è stato semplice alzarsi alle sette meno un quarto stamattina. Sono rimasto venti minuti seduto nel bordo della vasca a guardare le piastrelle del bagno. Fiori azzurri su sfondo bianco.

Dear Mrs. R. Blenman, non è che abbia un problema coll’alcol. Io la chiamerei affinità elettiva.

Ogni tanto, Mrs Blenman, mi succede di identificarmi con le cose inanimate: colle piastrelle a fiori, col tubetto di dentifricio, con i peperoni e i porri nel frigo. Sto al bancone della cucina davanti al mio blocchetto colla penna in mano, e invece di disegnare il progetto per una nuova centrale atomica o di scrivere un racconto immortale, guardo il frigorifero. Mi intristisco a pensare alle mozzarelle che schiattano nella loro busta, alle mele che agonizzano nello scomparto frutta, agli yogurt che ammuffiscono nelle loro confezioni colorate, alle uova che sfondano l’involucro di cartone. Sono troppo sensibile. Ho anche rispolverato i vecchi dischi degli Alice in Chains.

Dear Mrs. R. Blenman, per farmi uno scherzetto in studio mi hanno messo come sfondo del desktop una foto di Enzo Paolo Turci che dovrebbe essere il marito di Carmen Russo. Ha l’aria contenta di chi canta e balla tutto il giorno senza pensare al futuro. Forse dovrei fare anch’io come lui. In fondo siamo entrambi Leone ascendente Gemelli colla luna in Saturno e Giove a monte. Vorrà pur dire qualcosa.

È che ogni tanto, dear Mrs Blenman, mi par di buttar le giornate nel cesso. Arrivo alla sera e mi addormento sul libro, davanti al computer, sopra alla minestra. Vado a letto e mi tiro le coperte fin sopra alle orecchie, chiudo gli occhi, tiro lo sciacquone.

Ogni tanto poi starei a guardare il soffitto per ore. Collo stereo spento, lo sguardo spento, il cervello spento, a guardare le crepe che si allargano, le travi che marciscono.

Ogni tanto prendo a calci i miei libri, chiudo nel cassetto i miei dischi, formatto l’hard disc. Tanto…, dico. Sto al bancone della cucina a guardare il frigorifero, e ho sabbia nel cervello, sapore metallico in bocca.

Dear Mrs Blenman, mica va sempre così. Magari poi mi innamoro, smetto di fumare, e arriva la primavera -ed è tutto viaggi in vespa, zaini e tende da campeggio, feste in spiaggia: le occhiaie spariscono, il fisico si asciuga, la cera alla Marilyn Manson scompare dalla faccia, riprendo a scrivere, scrivo ‘sto cazzo di racconto, duro come un diamante, che a leggerlo senti i brividi lungo la schiena.

Invece a volte sono così inquieto e scostante. Sto al lavoro, e non me ne frega niente. Entro in libreria e non compro nulla. Vado in posta e a metà coda esco. Mi tengo la pipì per tutto il pomeriggio, in ufficio, così almeno c’ho un buon motivo per tornare a casa la sera. Mi sveglio la mattina e vorrei alzarmi domani l’altro. Faccio il caffé e vorrei aprire una bozza di Cabernet. Sento il giornale radio e vorrei avere sulle cuffiette Billie Holiday:

… Monday blues

Straight to sunday blues

Good morning heartache sit down…

E poi, dear Mrs Blenman, non posso più nasconderglielo, sono malato. Gravemente malato. Un male che mi porto da trent’anni addosso: ho il Ballo di San Vito e non mi passa. Sono andato dai migliori specialisti. Ho provato tutte le cure: da agosto sono stato in Croazia, a Berlino, a Barcellona, a Lubiana e a Praga. Solo per dire le città all’estero. Non faccio un week end a Venezia dal meeting internazionale dei maestri vetrai. Ciò nonostante metto giù la macchina dopo aver guidato tredici ore e mi dico, Andiamo Toni?

Sogno di viaggiare in treno di notte e svegliarmi colla steppa infinita al di là del finestrino e le colline in fondo che si accavallano come onde. Invece mi ritrovo alla stazione di Lancenigo a aspettare il bus navetta per il centro commerciale “Le Casette” di Villorba.

Sogno di girare sempre in completo nero come Nicola Conte, e invece ieri ho comprato un paio di braghe di fustagno ai saldi per 19 euro. Risparmio sui pantaloni, ho pensato, così posso acquistare il nuovo videofonino Samsung 24e-tx6 con home theatre.

Sogno che mi affidino il progetto per il nuovo teatro sull’acqua di Wellington e son riuscito (forse) a procurarmi l’incarico del catalogo di un negozio di vini.

Sogno di scrivere il romanzo Blue Mondays e dalla mia penna esce il racconto di avventure spaziali “I pirati del pianeta Orgasmo”.

Sogno di alzare gli occhi dal computer dopo un ora che batto sui tasti, e di leggere sullo schermo di una R4 bianca coi sedili posteriori pieni di lattine di birre vuote, custodie di cd ovunque, due in maglietta bianca seduti sul cofano che guardano il mare alla fine delle strade. Invece. dear Mrs Blenman, sto di nuovo parlando da solo.

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La data è sbagliata.

La data è sbagliata. Voglio dire è giusta, ma la data vera sarebbe il 29, è solo che scrivo oltre la mezzanotte. Ben oltre: cinque di mattina e le ho provate tutte, ma niente sonno, tanto vale che passi quel che rimane della notte del mio secondo compleanno davanti al computer.

Era l’ultima festa mod dell’anno, o meglio l’ultima festa mod prima della festa mod di capodanno, figurarsi se io e Lele ce la perdavamo, neanche morti, eravamo in tourné quell’anno. Era al Jam, il buon vecchio sporco cadente capannone del Jam, prima che lo buttassero giù per costruire un grattacielo a specchi sede di una multinazionale del tabacco. Non c’era alcun concerto, solo un po’ di dj -il mio preferito: Soulfull Giulio da PN- e avevo ballato tutta la sera con la Mara, ballato e bevuto e fumato con Mara, eravamo belli, appena laureati, imbriaghi, giovani e eccitati.

Bisogna seguirli i propri presagi, credo. Bisogna avere opinioni a priori su tutto, diceva sempre il tenente Mac Ewan. La luna era strana, risplendeva fredda come una perla al collo di una pluridivorziata. Quando Lele diede le chiavi all’usciere, lui, vestito come un colonnello sudamericano ci guardò sorridendo. Un sorriso strano. Arrivò guidando la Cadillac e restituì le chiavi a Lele. Sorrise di nuovo. Non mi piacque. Non mi piacque per niente.

Lele che guidava era perfettamente sobrio e ben sbarbato. Io avevo bevuto qualche bibita, me la meritavo dopo aver risolto il caso del Teatro di Pesaro. Mi addormentai sul sedile. Questo fu il mio errore. Ci aspettavano. Un agguato in piena regola:

C’era Buk La Teste, Jack Bidone

Coi fratelli Bolivar

Mentre sotto ad un lampione

Se la spassa Billy Car

Almeno così mi raccontarono. Il treno è un lampo infuocato se si guarda impazziti

Il convoglio venir. Un momento un pensiero affannato e la vita è rapita senz’altro soffrir.

Io riuscii solo a pensare, Bè sono ancora vivo. Cogito ergo sum.

La gamba sinistra non si muove. Quella destra si, quindi buon segno.

Lele temeva che la macchina esplodesse con me dentro prima che arrivassero i soccorsi.

Gli infermieri e i dottori ti fanno sempre prendere una paura matta.

Quando in ambulanza l’infermiere si avvicinò con una cesoia lunga trenta centimetri pensai, No il parka no!… Poi pensai, Vabè lasciamo stare.

Poi mi squillò il cellulare e l’infermiere lo tirò su. Gli chiesi se potevo rispondere. Sorrise e me lo tenne accostato all’orecchio nella barella. “Si mamma… No è che abbiamo avuto un piccolo incidente… Si niente di grave… Devo essermi rotto un braccio… Mi portano all’ospedale… Si si OK ciao…”

Se avete idea che il personale infermieristico siano tutte Edwige Fenech in divise succinte, vi sbagliate alla grande. Il mese che son stato in corsia mi ricordo ‘sto infermiere col camice bianco e grandi baffoni neri: ti aspettavi che si spalancasse la porta e entrassero il poliziotto, il carpentiere e il capo indiano cantando Y-M-C-A.

In rianimazione invece c’era un ragazzo della mia età. Quando mi mise le cannucce nel naso e nella bocca, uscì un liquido strano. Rise: “E questo…?”

“Eh… Gin Toni”, riuscii a dire.

Dovevo stargli simpatico. Dopo tre giorni –o un batter di ciglia, a seconda- mi risvegliai e c’era ancora lui. Gli chiesi un po’ d’acqua, lo pregai, lo scongiurai di darmi un po’ d’acqua. È vietato bere in rianimazione. Anche analcolici.

Fa l’aria furbetta. Guarda l’orologio. Versa mezzo dito d’acqua in un bicchiere.

“Meno tre… meno due… meno uno… Buon 2003!”

Così, allegria!

Non mi è venuto di meglio per augurarvi buone feste…

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Mai che riesca a

Mai che riesca a rilassarmi, a scrivere una cosa senza contraddittori, “Jack scavalcò agilmente la staccionata che divideva la loro proprietà da quella dei McKey”, qualcosa di indiscutibile, dura e pura, no, devo sempre mettermi nei guai. Vabè vi consiglio un libro poi la chiudiamo qui. È di Jean Clair, quello di Critica della modernità. L’ipotesi di partenza è la constatazione che sempre più nei musei, nelle gallerie d’avanguardia, nei dibattiti e nelle riviste d’arte, ciò che la fa da padrone è il disgustoso, l’immondo, il mostruoso, le sculture di sangue (Quinn), le ampolle di sperma (Bourgeois), le fotografie di cadaveri rubate all’obitorio (Serrano) o dell’artista che mangia la propria merda (Nebreda). O anche animali in formalina, bestie sezionate, modellini LEGO dei campi di concentramento, gastroscopie, autolesionismi, pedofilia.

La cosa che più inquieta Clair non è tanto l’opera in se (uno potrebbe cestinarla con uno sbadiglio) quanto l’interesse che lo status quo -i direttori di musei, i curatori di mostre, le riviste, i giurati dei premi- le riservano. Alla fine è questo “potere” che nella nostra società segna il valore di un’opera, è inutile che ce la meniamo. E quindi la spazzatura non è solo legata alla nostra “sensibilità”, alla sfera privata, ma interessa il nostro sistema, la nostra società, il nostro mondo. La morte come icona, il rifiuto come reliquia da conservare e esporre (e vendere). Ma Clair non si lascia tentare a dare un giudizio sull’epoca, ne sulle opere (a parte qualche legittima virgoletta prima della parola “arte”). Perché sulla morte non si può discutere. Si può esaminare come una fotografia che ingrandita mostra solo la grana della carta. Si possono però analizzare le sovrapposizioni, le associazioni di idee di un’epoca come se fosse un paziente sul lettino dello psicanalista.

L’immaginario della contemporaneità vive in posti asettici, lucidi. I ragazzi delle riviste sono rasati come monaci tibetani, glabri e androgeni (“guerrieri arcaici”), le ragazze sono infantili, gli occhi distanziati, il pube rasato come le veneri cinquecentesche, a eliminare ogni traccia di bestialità. Puro spirito, come le statue di Canova. All’interno delle città, in luoghi chiusi e appositamente riservati si espone ciò che è inibito nella vita, ciò che attira bestialmente, irrazionalmente, ciò che attrae irresistibilmente il bambino e il cane.

E ecco, con un cortocircuito mentale alla Roland Barthes, Clair individua un altro luogo della storia dove la società era ossessionata dal culto del corpo, dalla perfezione formale, dalla purezza del sangue e dei tratti somatici, dall’ordine e dalla pulizia -salvo poi dedicare zone ben chiuse nei bordi della città alla morte, ai rifiuti della società, agli scarti. Già Levi distingueva le gerarchie del campo in base agli escrementi, ed è da tutti riconosciuto che il problema principale, quello che occuperà le forze principali del genio organizzativo nazista era lo smaltimento dei rifiuti…

Il libro è: Jean Clair, De Immondo, Abscondita, 2005. Spero di avervi interessato.

Quanto a me credo nell’ironia, nella risata liberatoria, credo che tutti questi artisti si prendano troppo sul serio, credo che avrebbero bisogno di farsi una serata con Lele a mangiare folpi e bere bianchetti, credo nella sbronza come attività catartica e dada, credo nel mandarla in vacca, credo che loro colpiscano la parte di me alla quale sono meno interessato, le viscere, credo che quando nel 1961 (43 anni fa!) Piero Manzoni inscatolava la sua Merda d’Artista avesse una facciona divertita alla John Belushi, da collegiale che l’aveva combinata bella, credo che M. Duchamp ci fosse arrivato prima di tutti quanti e che a un certo punto non avendo più niente da dire giustamente preferisse giocare a scacchi e cercare di sbancare la roulette del casinò. Io credo che sia il riso che ci distingue dalle bestie.

“Crederò solo in un Dio che sappia ridere”. Così, mentre aspetto mi riprometto:

a) di non accettare un invito a cena da Andres Serrano. Sono sicuro che non si lava le mani prima di venire a tavola

b) non presenterò mia sorella a Otto Muehl, re dell’Azionismo viennese -sette anni di carcere per aver abusato di minorenni nel suo pasoliniano castello-comune

c) non andrò ospite a casa di Tracey Amin senza essermi prima assicurato che abbia cambiato le lenzuola

d) simpatizzo senza riserve per il bengalese che mentre David Nebreda fa il suo ingresso nella galleria d’avanguardia nella Quinta Avenue, sta entrando col mocio e il secchio a pulirgli lo studio.

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Oggi in studio do

Oggi in studio do un’occhiata al libro della Taschen ARCHITECTURE NOW 3, scorro l’indice e leggo, tra i vari, Olafur Eliasson. Mi incuriosisco. Dico, ma non era l’artista danese che faceva quei giochi di luci e di rifrazioni, che lavorava colla natura, col vento, colle foglie, ecc.? Che ci fa in mezzo a Koolas, H. e De M., Isozaki? Che abbia un omonimo, un figlio, un gemello –che sia vittima come me di un fratello malvagio che esce il sabato notte mentre io castamente dormo sotto al piumone? O che sia invece Eliasson l’originale, e che abbia costruito qualcosa, una casetta di tronchi, uno chalet in Scandinavia, una Baita, una stazione della seggiovia?

Arrivo alla pagina, ed era proprio lui, Olafur Eliasson, colla sua riga in parte stile Rivincita dei Nerds, ed era pubblicata la sua installazione alla Tate Modern di Londra, un grosso sole giallo in fondo alla Turbine Hall, specchi sul soffitto e macchine sparafumo. Svengo leggendo le note di accompagnamento: “Olafur Eliasson, ancor più di H. e De M., ha trasformato questo spazio utilizzando semplicemente fumo e specchi. Un gesto di magia architettonica.” Architettonica?

Tanto sapete già dove voglio arrivare. Non mi piace passare per precisino, di solito sono un fricchettone, ma secondo me le parole sono importanti. Sacre sono, il linguaggio è tutto ciò che abbiamo. Il confine è labile in tempi di architettura rarefatta, decostruita, pubblicitaria e sborona, ma secondo me uno che scrive che un gioco di luci, specchi e fumo è architettura, è come uno che confonde una scenografia con un teatro, un murales con un edificio, il profumo del soffritto con la cucina. È uno che di architettura non ha capito un cazzo.

Stavamo dalla Mara vicino a Liverpool Street e avevamo cercato disperatamente una festa Mod, ma doveva essere l’unico week-end in cui i New Untouchables non organizzavano niente, così finiamo in un locale dove suonavano elettronica super pestata, il tipico locale col nero all’ingresso e dentro pastiglie e cocaina, collane lampeggianti e T-shirt stonfe di sudore. Troppo per me, dovetti bermi quaranta cocktails (gin toni, ovvio) e riuscimmo nonostante tutto a ballare e divertirci e tornare a casa alle sette di mattina. (Tornando a casa passammo per caso per Bishop Square, davanti al cantiere per cui stavo facendo gli esecutivi e la Mara mi ha fatto una foto stupenda, ‘co sto sorriso e gli occhi chiusi chiusi, ridotti a due fessure appena…). Alle 11 della mattina, instancabili (?), eravamo già in giro per Londra, colla camminata junkie, passeggiando tangenti alla torre, il Tower Bridge, poi lungo il Tamigi, quel giro là. Finimmo alla Tate, lo stupendo edificio della Tate, e dentro c’era (ma dai!) l’installazione di Eliasson. Io avevo gli occhi di fuori e ero supernervoso, pallido, mi sembrava di aver fatto colazione con una macedonia di lamette Gillette. Entrai nella hall e mi lasciai avvolgere dall’installazione. Dall’atmosfera lisergica, ipnotica, da ‘sto mood languido, morbido, vagamente inquietante. Arrivai in fondo alla sala, e iniziava a prendermi sempre peggio. Mi piacque molto all’inizio, poi abbastanza, poi per niente, poi piantai gli altri là e scappai fuori a gambe levate: aria aperta, Tamigi che scorre lento, mamme e bambini in carrozzella, pietra fredda sotto ai piedi.

Non mi sconvolse l’installazione, ma come la gente e i ragazzi reagivano all’installazione. Checché ne abbiano scritto che era un’opera atmosferica, lieve, naturalistica, ecc., era invece chiaramente un’opera che metteva in scena la decadance: questo ambiente avvolgente, cullante, leggermente angosciante, con un enorme sole che sta tramontando, e specchi, specchi ovunque. Altro che contemplativa, non si spiegherebbe altrimenti la nebbia, il rumore uooooo, basso, continuo, delle ventole, gli specchi sul soffitto, stranianti. E ‘sti ragazzi in fondo, distesi per terra, allungati nel cemento, languidi, silenziosi, stracci in contemplazione di ‘sto tramonto giallo, di questa fine annunciata, che sembravano scambiare le radiazioni di ‘sto sole malato, postatomico, per raggi uv.

Tutto sommato credo a posteriori che Eliasson avesse voluto mettere in scena proprio questo, il putrido crogiolamento davanti alla morte, la santificazione del malaticcio, del decadant. Forse addirittura una presa per il culo di quell’arte che fa del culto della morte un diktat, della spazzatura un’icona, del nichilismo l’unica certezza. Che crede ci si emozioni davanti a un fantoccio impiccato, una mucca in formalina, davanti a un artista coperto dalla propria diarrea. Io non mi scandalizzo, mi annoio. Non mi sconvolgo, sbadiglio. Noia distillata per me: un letto disfatto dove una povera artista (ora neo miliardaria) è rimasta a deprimersi per una settimana mi sconvolge tanto quanto le stanze polverose del Museo Nazionale piene di copie ottocentesche di statue greche. Devo essere io particolarmente cinico a non soffrire per un lampadario di Tampax. Lo so è colpa mia, il mio cuore è duro, e rimango lungamente a rifletterci alla finestra nelle interminabili notti invernali.

Quanta autocommiserazione, quanto compiacimento, e soprattutto quanto talento sprecato! Per questo mi aveva deluso tanto Eliasson. Perché era uno che mi piaceva, sembrava uno capace ancora di raccontare. Bè cosa avesse in testa non l’ho ancora capito. L’ho incontrato una volta in una inaugurazione, e stava discutendo affabile con tutti, studenti e scrocconi vari. Ho detto adesso glielo chiedo adesso glielo chiedo, stavo lì col mio prosecchino, lo guardavo, e pensavo adesso glielo chiedo adesso glielo chiedo, lì in piedi, colla cicca e il bicchiere, immobile, indeciso, decadant.

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Ciao Kemper   Morte,

Ciao Kemper

Morte, violenza, sopruso, sono certamente degli argomenti importanti, che vanno al nocciolo della condizione umana. Di sicuro se ne parla a stufa nei giornali di nascita (aborto, diritti del nascituro, fecondazione, tutti argomenti importanti, eh!) e di morte. È ciò che sta nel mezzo che è stato rimosso dalla coscienza critica. Tra la nascita e la morte, a cavallo di una bara, come diceva Beckett, c’è una intera generazione che è stata rimossa dal dibattito politico, direi addirittura dalla coscienza civile. Una intera generazione impossibilitata ad avere figli, a sposarsi, a crescere. Impossibilitata ad ammalarsi, ad avere un infortunio. Che se si rompe un braccio muore di fame. Una generazione intera dimenticata dai politici dai giornali dai sindacati dalle televisioni: problema irrisolvibile, meglio non parlarne, meglio archiviarlo. A me piace leggere e sapere delle Brigate Rosse, ma mi piacerebbe si dicesse perché ammazzavano e gambizzavano: sostanzialmente per i diritti dei lavoratori. Finita quell’era, siamo ripiombati nel far west. C’è il mio amico L. che lavora per l’ASL da cinque anni con contratto a progetto (senza ferie pagate, senza malattie, senza liquidazione, senza previdenza) e siccome è illegale che questo tipo di contratto venga reiterato per più di due volte, lui viene licenziato ogni fine dicembre per essere riassunto a inizio gennaio. E dico questi trucchetti li fa l’azienda sanitaria nazionale… Settecentomila (settecentomila!) lavoratori come me in Italia fanno parte del cosiddetto “popolo della partita IVA”, che lavorano sostanzialmente alle dipendenze senza avere alcun diritto, neanche mezzo, neanche quello di essere pagati. Infatti non solo il mio ma molti datori di lavoro utilizzano il ritardo nei pagamenti per tenerti vincolato al posto di lavoro, tipo caparra, tipo buona uscita all’incontrario. La mia collega se ne è appena andata lasciando quattro mesi di stipendio. Ora, io se dovessi andarmene senza venir pagato, mi porto via il plotter e l’hard disk del mio PC. Ma si ammetterà che questa non è una soluzione, che il diritto di un lavoratore in una società normale non possa essere vincolato ad atti di forza. Che la sopravvivenza di una generazione non possa essere regolata dalla legge della giungla. Ma d’altronde? Potrei forse andare al sindacato a protestare? Il sindacato di cosa? Questo per me è far west, è truffa legalizzata e omicidio di una generazione. Penso che chi legge sappia bene di cosa sto parlando.

Una letteratura “non reazionaria”, che vuole mordere sul presente, parla di questo, secondo me. Non cerca un movente per l’assassinio di Kennedy (Ellroy).

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