Dear Mrs. R. Blenman sono passati tredici giorni da quando le ho inviato il mio CV. Non voglio metterle fretta, capisco che i tempi di selezione in uno studio come il Vostro, anche in considerazione dell’alto numero di richieste che indubbiamente Vi perverranno, siano allargati.
È che qui la situazione si fa sempre più critica.
Dear Mrs Blenman, ho la cassetta postale intasata di richieste: architetti, ingegneri, grafici e operai del terzo millennio a vario titolo che mi chiedono consigli di vario genere. Rispondo loro che guadagno 15000 euro l’anno e ne pago 5000 di tasse. Scommetto che sono un contribuente maggiore di Fiorani. Ogni volta che percorro la Venezia-Milano penso orgogliosamente che l’ho pagata anch’io.
Qui, Mrs. R. Blenman, la situazione sta evolvendo in maniera incontrollata. Voglio dire che sta andando in vacca. Arresteranno Ricucci, lo so. È solo questione di ore. È finita la pacchia per noi furbetti. Dovremo emigrare in massa.
Ma non è, dear Mrs. R. Blenman, mia intenzione lamentarmi. So bene che non è colpa delle politiche governative ne comunitarie. È tutta colpa dei cinesi. Dei cinesi, degli arabi, e degli indiani. E di quei bastardi cinesi.
Dear Mrs. R. Blenman, ma non voglio discutere della situazione internazionale. In fondo è il mio curriculum, ciò che conta. Le mie note caratteriali. Cercherò di essere esaustivo e allo stesso tempo completamente sincero con lei.
Ieri sono uscito dallo studio alle 8.30 e sono passato a bermi un-aperitivo-uno al Monkees. Sono tornato a casa alle due e alla tv davano un film di Corman. Non è stato semplice alzarsi alle sette meno un quarto stamattina. Sono rimasto venti minuti seduto nel bordo della vasca a guardare le piastrelle del bagno. Fiori azzurri su sfondo bianco.
Dear Mrs. R. Blenman, non è che abbia un problema coll’alcol. Io la chiamerei affinità elettiva.
Ogni tanto, Mrs Blenman, mi succede di identificarmi con le cose inanimate: colle piastrelle a fiori, col tubetto di dentifricio, con i peperoni e i porri nel frigo. Sto al bancone della cucina davanti al mio blocchetto colla penna in mano, e invece di disegnare il progetto per una nuova centrale atomica o di scrivere un racconto immortale, guardo il frigorifero. Mi intristisco a pensare alle mozzarelle che schiattano nella loro busta, alle mele che agonizzano nello scomparto frutta, agli yogurt che ammuffiscono nelle loro confezioni colorate, alle uova che sfondano l’involucro di cartone. Sono troppo sensibile. Ho anche rispolverato i vecchi dischi degli Alice in Chains.
Dear Mrs. R. Blenman, per farmi uno scherzetto in studio mi hanno messo come sfondo del desktop una foto di Enzo Paolo Turci che dovrebbe essere il marito di Carmen Russo. Ha l’aria contenta di chi canta e balla tutto il giorno senza pensare al futuro. Forse dovrei fare anch’io come lui. In fondo siamo entrambi Leone ascendente Gemelli colla luna in Saturno e Giove a monte. Vorrà pur dire qualcosa.
È che ogni tanto, dear Mrs Blenman, mi par di buttar le giornate nel cesso. Arrivo alla sera e mi addormento sul libro, davanti al computer, sopra alla minestra. Vado a letto e mi tiro le coperte fin sopra alle orecchie, chiudo gli occhi, tiro lo sciacquone.
Ogni tanto poi starei a guardare il soffitto per ore. Collo stereo spento, lo sguardo spento, il cervello spento, a guardare le crepe che si allargano, le travi che marciscono.
Ogni tanto prendo a calci i miei libri, chiudo nel cassetto i miei dischi, formatto l’hard disc. Tanto…, dico. Sto al bancone della cucina a guardare il frigorifero, e ho sabbia nel cervello, sapore metallico in bocca.
Dear Mrs Blenman, mica va sempre così. Magari poi mi innamoro, smetto di fumare, e arriva la primavera -ed è tutto viaggi in vespa, zaini e tende da campeggio, feste in spiaggia: le occhiaie spariscono, il fisico si asciuga, la cera alla Marilyn Manson scompare dalla faccia, riprendo a scrivere, scrivo ‘sto cazzo di racconto, duro come un diamante, che a leggerlo senti i brividi lungo la schiena.
Invece a volte sono così inquieto e scostante. Sto al lavoro, e non me ne frega niente. Entro in libreria e non compro nulla. Vado in posta e a metà coda esco. Mi tengo la pipì per tutto il pomeriggio, in ufficio, così almeno c’ho un buon motivo per tornare a casa la sera. Mi sveglio la mattina e vorrei alzarmi domani l’altro. Faccio il caffé e vorrei aprire una bozza di Cabernet. Sento il giornale radio e vorrei avere sulle cuffiette Billie Holiday:
… Monday blues
Straight to sunday blues
Good morning heartache sit down…
E poi, dear Mrs Blenman, non posso più nasconderglielo, sono malato. Gravemente malato. Un male che mi porto da trent’anni addosso: ho il Ballo di San Vito e non mi passa. Sono andato dai migliori specialisti. Ho provato tutte le cure: da agosto sono stato in Croazia, a Berlino, a Barcellona, a Lubiana e a Praga. Solo per dire le città all’estero. Non faccio un week end a Venezia dal meeting internazionale dei maestri vetrai. Ciò nonostante metto giù la macchina dopo aver guidato tredici ore e mi dico, Andiamo Toni?
Sogno di viaggiare in treno di notte e svegliarmi colla steppa infinita al di là del finestrino e le colline in fondo che si accavallano come onde. Invece mi ritrovo alla stazione di Lancenigo a aspettare il bus navetta per il centro commerciale “Le Casette” di Villorba.
Sogno di girare sempre in completo nero come Nicola Conte, e invece ieri ho comprato un paio di braghe di fustagno ai saldi per 19 euro. Risparmio sui pantaloni, ho pensato, così posso acquistare il nuovo videofonino Samsung 24e-tx6 con home theatre.
Sogno che mi affidino il progetto per il nuovo teatro sull’acqua di Wellington e son riuscito (forse) a procurarmi l’incarico del catalogo di un negozio di vini.
Sogno di scrivere il romanzo Blue Mondays e dalla mia penna esce il racconto di avventure spaziali “I pirati del pianeta Orgasmo”.
Sogno di alzare gli occhi dal computer dopo un ora che batto sui tasti, e di leggere sullo schermo di una R4 bianca coi sedili posteriori pieni di lattine di birre vuote, custodie di cd ovunque, due in maglietta bianca seduti sul cofano che guardano il mare alla fine delle strade. Invece. dear Mrs Blenman, sto di nuovo parlando da solo.