Ieri sera come ogni giovedì sono andato a suonare.
Avevo fatto gli straordinari al lavoro così sono arrivato a casa alle 8 di sera, ho fatto appena in tempo a cambiarmi e a prendere la mia roba che alle 10 ero alla Statale 14 con Alberto. Tra una sigaretta e una birra siamo rimasti nel locale fino alle due. Poi stamattina, venerdì, mi alzo alle 6, mi lavo, pettino le occhiaie e come sempre accendo il computer e controllo la posta. Poi mi metto la giacca e monto in macchina. Pessime notizie in posta, e pessima giornata di traffico, stanco e grigio, a passo d’uomo –unica cosa a passo d’uomo nel nordest che sembra costruito più per i camion. Ogni mattina colla mia Panda del 1984 faccio una sezione trasversale lungo il Veneto, 67 chilometri dal mare alle montagne di Conegliano senza mai uscire da una zona edificata, senza mai uscire da una città per entrare in un’altra, da una realtà per entrare in un’altra. Un’unica immensa strada di capannoni industriali e centri commerciali, potenzialmente infinita. Il sogno ottocentesco della città lineare che diventa banale realtà.
Adesso, sconvolto dopo 9 ore di AutoCad, mi sono fermato in un bar per strada a farmi passare lo sconforto, uno di quei piccoli patetici bar di campagna che oggi sembrano spersi, stretti tra il parcheggio di un’industria e un mobilificio. Mi sono seduto nei tavolini di fuori, sette e mezza di sera, gli ultimi bagliori della giornata. Davanti a me c’è un campo coltivato, uno dei pochi brandelli di territorio rurale rimasto nel veneto, dove si son dati riunione tutti i gabbiani della provincia. Ultimamente è pieno di uccelli, gru e addirittura falchi e piccoli rapaci. L’altra mattina in autostrada c’era un patetico fagiano sperduto, parcheggiato nella corsia d’emergenza. Forse è perché l’inquinamento è diminuito, si dice, see figuriamoci, tutte le città capoluogo venete hanno sforato i livelli di inquinamento consentito, alcune addirittura del triplo. Staranno preparando un invasione, dico io, tutti ‘sti uccelli, come nel film di Hitchcock, oppure semplicemente non sanno più dove andare, scacciati da tutta la campagna, costretti ad aggirarsi tra i capannoni industriali e a cercare cibo nei parcheggi dei centri commerciali. Figuriamoci quando inizieranno la cementificazione della laguna di Carole, ci ritroveremo nella A27 le venti e più specie protette che vivono solo in Brussa. Il mitico nordest…
Oggi ho ricevuto due e-mail, una molto gentile e affettuosa di Cino Zucchi che mi faceva i complimenti per il curriculum ma che non aveva posto nel suo organico. L’altra molto formale piena di “Lei” e di “Suo” era dello studio di Napoli, che mi condannava al nordest, a contare gli uccelli e i metrocubi delle nuove “villettopoli”.
E io non avrei niente contro gli uccelli, la cosa che non mi va giù è che loro sanno volare e io no.

Laureato lo scorso ottobre allo IUAV, sto lavorando da settembre nel cuore del nordest. Nel frattempo ho inviato una cinquantina di curriculum, preso undici aerei lowcost e fatto colloqui di lavoro un po' ovunque, come in un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiarsi di letto: c’è chi vorrebbe dolere accanto alla stufa e chi crede che guarirebbe se solo potesse avere il posto accanto alla finestra.