L’altro giorno mi è successa una cosa divertente. Mi chiama il capo del progetto a cui partecipo, un edificio a Londra di cui sto studiando il dettaglio delle balaustre. Mi dice che ha saputo che la guaina impermeabilizzante nostra e quella di un altro fornitore incaricato di fare la copertura del tetto sono incompatibili, perciò bisogna separarle, studiare un’altra soluzione per la balaustra, in pratica rifare tutto, almeno una settimana di lavoro. Gli ho chiesto ingenuamente, perché non cambiamo guaina e basta? Lui ha glissato, ha detto preferiva così, che era più semplice… in pratica ha detto che gli costa meno riprogettare tutto che non contattare un altro fornitore, farsi rifare un preventivo, ecc. Cioè che una settimana di lavoro di un architetto gli costa meno di una guaina di plastica. Ora, non me la prendo, lui fa i conti, è il suo lavoro, solo mi fa ridere come può ridursi il nostro mestiere.
Io me la sono cercata, pur essendo l’opposto di un tecnico mi sono fatto assumere da un grosso studio tecnico perché mi desse una botta di realismo, per fare una specie di safari di qualche mese tra l’acciaio zincato, il silicone strutturale e le chiavi a brugola. Per sporcarmi le mani da un certo punto di vista, mettere tra parentesi Tafuri, Focillon e gli altri miei maestri. Però credo che in molti casi la nostra professione si riduca a essere una professione tecnica nel senso più banale del termine, ossia conoscere Autocad e saper applicare delle regole, tecniche, legali o burocratiche. Vedo le nuove zone residenziali che stanno costruendo in tutto il Veneto, una morfologia allucinante, d’altri tempi, da blocco sovietico, edifici ripetuti all’infinito entro maglie ortogonali, senza piazze, luoghi d’incontro, parchetti, solo casette a cui vengono applicate sopra delle facciate tutte colorate, piene di colonnine, finestrelle tonde, frontoncini e modanature in calcestruzzo. Non posso credere che un architetto studi più di due giorni questi edifici, credo che solo adoperi le sue conoscenze tecniche, Autocad, sapere in che ufficio del comune andare a fare le carte, sapere che ingombro ha un letto e in che modo progettare un garage che una volta ottenuta l’abitabilità possa essere trasformato in una cucina. Non che l’architettura delle riviste mi piaccia molto di più, l’intelligenza e il mestiere sono utilizzati in minima parte nella maggior parte dei casi è solo questione di gusto, o di moda.
Io credo che l’architetto dovrebbe rivendicare il suo ruolo di intellettuale, come era fino alla fine degli anni ‘70. Sono utopista? Può darsi, intanto ho deciso di provare l’esame di dottorato. L’altro giorno sono andato a parlare di questo con il mio professore della tesi che mi ha raccontato come aveva esordito al primo giorno di lezione di Composizione 1 del primo anno: leggendo una pagina delle lettere di Antonio Gramsci. Sorride sornione , “Avrò esagerato?… Ma no, o la va o la spacca!”

Laureato lo scorso ottobre allo IUAV, sto lavorando da settembre nel cuore del nordest. Nel frattempo ho inviato una cinquantina di curriculum, preso undici aerei lowcost e fatto colloqui di lavoro un po' ovunque, come in un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiarsi di letto: c’è chi vorrebbe dolere accanto alla stufa e chi crede che guarirebbe se solo potesse avere il posto accanto alla finestra.
sintonie
mi sembra di calcare i tuoi passi ..e le tue parole, che frullano nella testa incazzate e anche un po’ deluse.
verrà il giorno in cui questo manipolo di architetti-imprenditori italiani sarà spazzato via.
ci vuole solo una rivoluzione.
e allora i tecnici gli architetti delle “linee mosse” i baroni dell’università avranno la loro fine, così come la società gerontocratica che hanno creato.
allora forse potrai fare un dottorato senza sapere in anticipo i vincitori e potrai costruire con la testa libera dai condoni.
e forse anche io potrò.
non sono proprio dello stesso parere
ciao antoni, innanzitutto in bocca al lupo per il tuo lavoro. sono angela, sto per laurearmi in architettura a napoli. so che ti è piaciuta molto la mia città, e ne sono felice, ma mentre quelli di fuori sono “illusi”, noi qui siamo un pò “disillusi”. comunque…
ti scrivo per esprimerti la mia approvazione per quanto riguarda ciò che dici del mestirre dell’architetto, di quanto così spesso diventi indignitoso, riduttivo. io non lavoro, però mi sto facendo 1 quadro delle possibilità che mi si offrirebbero e di ciò che vorrei essere…appunto, 1 architetto, forse più intellettuale che tecnico, anzi sicuramente così, anche se gli aspetti tecnici finalizzati ai progetti di qualità sono pur affascinanti.
il nostro paese subisce moltissimo tale condizione, è vero. insomma condivido ciò che dici, ma fino ad 1 certo punto.
l’architettura contemporanea è un campo di battaglia vastissimo, in cui ciascuno si fa strada con i propri mezzi, ma non è solo questione di moda e gusto, spero tu non stessi generalizzando.
mi piacciono per esempio moltissimo herzog&demeuron, mansilla&tuñon. architetti che lavorano moltissimo con le immagine e per l’immagine, ma oggi questo è 1 campo di confronto intellettuale, è il terzo millennio e calvino ci ha lasciato il suo testamento in 5 punti, altro che le corbusier…(con ironia).
trovi che siano solo vettori di immagini e percezioni tout court, in nome del gusto (ma non è stato così anche per il gota del mov moderno?)? mi sono “uccisa” per leggere le 450 pag in inglese di natural history, catalogo di 1 esposizione itinerante di herzog&demeuron. 450 pag riempite di benjamin, baudelaire, beuys, ruff, rossi, atget, dan graham….sai che prima di koolhaas non conoscevo constant newenhuys? ti sembrano teorie spicciole? a me no. mi pare 1 esempio “esemplare”:questa è architettura a 360 gradi. le citazioni fini a stesse sono poco “pratiche”, puro “intellettualismo”. da buon intellettuali, andiamo oltre la patina della rivista e scopriamo i maestri dell’architettura contemporanea. non solo per moda.
ancora buon lavoro. ciao!