Ciao Angela, che bello finalmente qualcuno che polemizza, garbatamente, ci mancherebbe, siamo tra signori…
Senti, il contemporaneo è dove per fortuna o purtroppo mi tocca vivere, e non ce l’ho con l’architettura contemporanea, ci mancherebbe, in nome di un ritorno al passato o che so io. Né voglio fare un fascio da macero di tutte le esperienze, nello star sistem internazionale ci sono ovviamente buone ricerche, Rafael Moneo, Aldo Rossi… anche Herzog e deMeuron sono bravi, ci credo, guarda chi hanno avuto per maestro a Zurigo…
Quello che voglio dire è che i problemi cui si trova a rispondere l’ Architettura contemporanea sono giganteschi e inediti, inauditi, le città mondiali ridotte a galassie quasi invivibili senza nome e senza identità, e così i suoi abitanti, lo vediamo bene adesso, privati anche della basilare cultura della vita. O zoomando più da vicino, la completa distruzione del nostro territorio rurale e di ogni segno della storia, le città simili a nebulose, i centri storici ridotti a lussuosi shopping centre. Di fronte alle urgenze dei nostri giorni il dibattito architettonico discute di “nuove possibilità espressive per le forme”, nuove geometrie, parla di sculture abitabili, cita Nietzsche e Walter Benjamin, benissimo, ma io mi aspetto che continuino perché finora hanno parlato solo di questioni che dovrebbero essere marginali, che sono mezzo, non fine dell’Architettura.
Confronta le riviste che compriamo adesso con quelle che si pubblicavano fino alla fine degli anni ’70, i fumetti di Domus con le recensioni di Tafuri o i dibattiti di Aymonino e Grassi oppure del “Team x”, esperienze magari opposte, tutte però rivoluzionarie, che sognano una società nuova, vogliono cambiare il mondo, consapevoli che la loro architettura dà forma a una congregazione civile che nei limiti del loro mestiere possono contribuire a modellare. Ora invece nella stragrande maggioranza l’interesse si cristallizza in astrazioni o in forme di cui non voglio nemmeno entrare nel merito se mi piacciano o no perché soprattutto non mi interessano, mi sembrano questioni pompate per sviare dai temi centrali, complici e conniventi con uno status quo. Ora, è stupido e anche ridicolo pensare che l’Architettura possa risolvere i problemi politici, ma è però vero che può prospettare quale possa essere una alternativa autentica e reale a un modo di vita, che possa indicare una via di uscita concreta e contribuire a formare una coscienza critica. Gli architetti icone della modernità sembrano invece progettare come se tutti i problemi fossero stati risolti e non mancasse che aggiustare i dettagli, decidere di che colore sono gli infissi. Nella stragrande maggioranza relegati o autorelegatesi a risolutori di problemi senza importanza, a sperimentatori di “innovative espressività spaziali” e di soluzioni formali che nascono già vecchie e alle quali le riviste fingono di interessarsi. Mentre per quanto suoni retorico io credo che per l’intellettuale sia ancora possibile e auspicabile uno spazio per progettare un futuro migliore.
Convinta?
Baci
Antonio

Laureato lo scorso ottobre allo IUAV, sto lavorando da settembre nel cuore del nordest. Nel frattempo ho inviato una cinquantina di curriculum, preso undici aerei lowcost e fatto colloqui di lavoro un po' ovunque, come in un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiarsi di letto: c’è chi vorrebbe dolere accanto alla stufa e chi crede che guarirebbe se solo potesse avere il posto accanto alla finestra.
arch
dove si può fare a meno della citazione a tutti i costi, senza con ciò essere aliena da profonde speculazioni intellettuali.
ciao antonio…no, non convinta.
sicuramente la volontà, l’impegno e la ricerca per cambiare il mondo di cui parli, ormai oggi giorno è 1 problema che riguarda noi tutti, architetti compresi, visto il mondo in cui ci ritroviamo a vivere. appunto, noi tutti. secondo me è l’architetto moderno italiano che si è alquanto cristallizato in astrazioni apologetiche… e mentre inorridisci ti spiego perchè, secondo me. premetto che sto generalizzando, ciò vuol dire che non faccio di tutta un’erba 1 fascio.
ho notato che l’ambito in cui insisti è quello prettamente italiano di un dato periodo, e qui ci siamo. certo gli italiani hanno dato vita a grandi dibattiti, confronti che hanno portato a notevoli risultati, anche al di fuori del nostro territorio. e lo sappiamo, ma d’altra parte questo intellettuale, questo umanista, è stato anche l’espressione di 1 periodo critico per l’architettura e gli architetti italiani, di isolamento, di teorie, che non hanno fatto altro che portare alla “cristallizzazione” di sè stessi, cioè del proprio essere architetti prima ed intellettuali dopo (visti gli esiti). così è andata bene per 1 pò, ma poi ci siamo trascinati tutto ciò fino ad oggi, oggi che la società pluralista chiama. e chiama in causa, noi, ma noi inglobati in 1 contesto che mette in gioco il dato ed il suo opposto. non per ripetermi ma calvino lo spiega benissimo.
certo non voglio argomentare semplicisticamente afferendo al pluralismo, però… questo umanista, oggi rappresenta quasi 1 “ignorante”. non siamo in grado di cogliere i mille fili che legano l’architettura alla vita: l’arte per esempio, così vicina così lontana. e non mi riferisco all’opera d’arte, bensì al pensiero di artisti che con il lavoro costante sulle relazioni tra uomo, natura, città, espressione, valore, davvero percorrono una strada “rivoluzionaria”. naturalmente tutto ciò avverrebbe nella contemporaneità, non solo nella storicità. attenzione: con questo non rinnego la storia! anzi.
proprio tu hai nominato i “blocchi sovietici”: 1 esempio di come le ideologie da “cambiamo il mondo” oggi ormai sono solo testimonianze di errati approcci alle problematiche socio-politiche. la storia insegna.
secondo me l’architettura contemporanea cerca di assemblare, contaminandoli, diversi concetti, dove non bastano le ideologie, le teorie, propone spazi percettivamente sensibili, (non sottovaluterei le “espressività spaziali”
tanto di cappello per rossi, ma herzog&demeuron hanno superato il maestro!
comunque credo che abbiamo sviluppato la cosa secondo due “rami”: sull’”etica” dell’architetto, sull’ impegno nel progettare 1 futuro migliore, mi trovi convinta.
ma nel riconoscere”nostalgicamente” tale potenziale, solo a determinate correnti di pensiero e personalità, per altro ormai temporalmente decontestualizzate (questo non vuol dire non valide all’interno di un processo evolutivo), mi sembra 1 fuga intellettuale, va bene che non ti interessano, ma non credi che in parte stai elaborando 1 critica di gusto?
insomma riappropriamoci delle nostre capacità intellettuali per partecipare al dibattito contemporaneo! foucault ha sostenuto che il dibattito del xx secolo è stato lo spazio, e adesso? lo spazio è sempre più un linguaggio. foucault e calvino sono vicinissimi! lo spazio è un linguaggio: espressione, plurivalente, caratterizzante, trasmissione, comunicazione, costruzione, transmutanza, poesia.
convinto? buon lavoro!
ciao, angela
architettura contemporanea vs architettura classica
ho citato una parte del tuo ultimo post sul mio blog: http://villard.splinder.it/1083512493#1985597
ciao,
giorgia