Ieri siamo a

· Ieri siamo andati a mangiare la pizza, e gli altri erano stati tutti in spiaggia, così l’argomento principe è stato la pancetta sul costume da bagno. Francesca si lamentava che Nicola la vuole tenere a stecchetto, Giovanni aveva una elaborata teoria che l’addominale segnato non è compatibile con il nostro rigoroso regime di bibita. A me è venuta in mente l’Irlanda -l’estate scorsa ho vissuto un mese a Dublino- e com’è noto la birra è il più diffuso sport nazionale, e c’era una pubblicità della Guinness con foto di ragazze, tutte bellissime, ma ognuna con un po’ di pancetta, con le maniglie dell’amore, con un po’ di ciccia che sbordava da sotto la magliettina corta. E poi scritto “A noi piacciono così”.

· Torno a casa sabato notte verso le due, mi metto su una camomilla, tanto per ricacciare giù quella birra verdognola del concerto. Mentre aspetto che bolla l’acqua accendo la TV, e su Rai2 c’era uno speciale su Capossela.

Mi perseguita, come un vecchio affittacamere che avanza da me un mese d’affitto.

Qualche settimana fa parlavo con la Vale che mi riferiva i discorsi di un pianista che aveva suonato con lui. Sosteneva che era tutto un bluff, un personaggio montato e costruitosi ad arte, tutto preso dai soldi e dal successo. A me sembra un discorso ingenuo, mi stupirei del contrario, che potesse vivere veramente tutti i personaggi che interpreta. Il punto non è questo, per un artista, ciò che conta sono le corde che tocca, gli oceani a cui mi mette di fronte.

· Sto battendo la fiacca davanti al computer stamattina. Blue Monday, nessuna voglia di mettermi a lavorare, riempio il mio taccuino di sghiribizzi. Complimenti per il tema della pancetta, altro che un blog di architettura, si scivola verso i grandi temi di Man’s Health: come creare addominali possenti in due settimane…

Oppure Carrie Bradshaw che quando non sapeva cosa scrivere nella propria rubrica The sex & the city si inventava inchieste tipo “Alla ricerca della patatina fritta perfetta”.

Ero matto per Sex & the city, almeno le prime serie. Lo guardavo a letto, col busto sul torace, un tutore sulla tibia, un ferro sul gomito e dodici ossa rotte. L’Alessia mi portava la cassetta, l’infilava nel video, mi metteva nel comodino i telecomandi, il succo di frutta e i fazzoletti di carta.

Mi piacevano le avventure di ‘ste quattro ragazze inquiete, che si credevano forti, rocciose, ciniche e navigate, e che poi si rivelavano delle ingenue che credevano nel principe azzurro, che provavano ad autoconvincersi che avrebbero trovato la salvezza, il posto dove l’ansia si plachi, l’uomo che le avrebbe riparate e redente; con noi inquieti di professione aspettano qualcuno che le rapisca, che per loro non è la regina do Florida, ma Mr. Big o un qualche riccone… E il luogo dove l’inquietudine si placa non lo trovano mai, perchè non esiste, perché questo prurito è la vita stessa, e infatti ogni volta rinunciano, pur di non fare i conti con la realtà o con la perdita di questo sogno, perdono il loro salvatore, si illudono che sia un altro quello giusto…

Un po’ come in Fiesta, il più bel romanzo di Hemingway, in cui tutta la vicenda sta nel fatto che Jack e Brett non possono amarsi perché lui è impotente, e sognano che potendo stare insieme tutto si risolverebbe. Nell’ultima scena, in taxi, dopo che Jack per l’ennesima volta è andato a salvarla dalla sua pazzia, lei gli dice, “Oh Jack noi due saremmo stati così bene assieme”.

“Già, non è bello poterlo credere?”

Domando scusa a chi mi ha scritto nei giorni scorsi senza ricevere risposta, ma c’è stato un problema col servizio mail…

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