scampoli di cielo

Un versetto della mia Bibbia personale, Anatomia dell’irrequietezza di Bruce Chatwin, cita uno studio in cui si dice che avvertire il cambiare delle stagioni innesca nel cervello umano dei processi tali per cui la mente funziona meglio, è più attiva, più recettiva e dinamica. Ecco perchè, conclude Chatwin, molti impiegati, protetti dal caldo e dal freddo da calefattori e condizionatori d’aria, che passano la maggior parte del proprio tempo in posti asettici, con le finestre chiuse e la luce elettrica, soffrono d’ansia, depressione e eccessiva introspezione.
Uscendo dal lavoro oggi all’una, qualcuno fa: “Piove fuori?”. Io avevo gli occhiali neri e la camicetta a mezze maniche, e mi sono reso conto che nessuno di noi aveva idea cosa stesse succedendo fuori, bufera o caldo tropicale o iceberg o neve, o vento, era lo stesso.
In effetti c’era una bella giornata e il sole si rifletteva sulle enormi vetrate del nostro edificio. Per Mies il vetro era il modo per immergere l’architettura nella natura; le nostre vetrate fronteggiano la piazzola di carico di una falegnameria, e quel che è peggio ci danno solo noia perchè la luce si riflette nel video del pc: per lo schermo nero di AutoCad l’illuminazione perfetta è la tenebra, o al limite una leggera penombra. Così, le veneziane sono sempre ruotate e i neon accesi.
I primi tempi impazzivo, stavo sempre a regolare le tende in modo che non entrasse troppa luce ma che comunque si potessero vedere sprazzi di cielo. Sempre arrivava subito qualcuno che le richiudeva di nuovo. Pareva un parcheggio sotterraneo, questo open space, senza luce senza aria senza aperture, i neon sempre accesi, TUTTO BIANCO, come una sala operatoria, metteva i brividi . Alla pausa caffè mi avvicinavo alla vetrata, poggiavo la fronte al vetro freddo di modo che gli occhi potessero scorgere in obliquo tra le lame inclinate delle veneziane il parcheggio giù in strada. Mi veniva sempre in mente un racconto di Adriano Sofri, su un suo compagno di carcere argentino che nell’ora d’aria si distendeva a terra per avere il maggior angolo visuale del cielo…
Ugualmente mi immagino nelle varie city delle metropoli mondiali, in questi edifici in vetro e acciaio così “adeguati” alla nostra vita che la nostra civiltà sta sfornando ovunque, davanti a finestre alte tre metri che non lasciano vedere nulla, mi immagino migliaia di persone che si accucciano, si piegano, si storgono, diventano strabici per indovinare dietro le sbarre uno scampolo di cielo…

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Un commento a scampoli di cielo

    un cigno dice:

    vetri
    Ci si avvicina a un vetro come allo specchio dei desideri…per sperare attraverso…
    Anche se a specchiarsi dentro, dall’altra parte, c’è una realtà mezza inventata, mezza inerte…in parte costruita, in parte adagiata.
    Così, la delusione,
    vorrebbe quel vetro spezzato, accartocciato da uno sguardo che riesca a consumare e spegnere,
    ma, s’infrangerebbe anche,
    l’impressione che resta, dei desideri…