O lascio andare le

O lascio andare le situazioni, che si logorino e si sfilaccino, che diventino briciole per strada, oppure mi ci lancio dentro di testa sull’acqua bassa, nudo bruco, puntando l’intera posta su un unico numero. Tutto o niente, vincere o perdere in un botto.

Non so perché scrivo questo. Sto al Pitin di Barcellona, tra la Barceloneta e Plaza Colon, seduto al banco contro la vetrata, bevendo birra su bicchieri tenuti in freezer che si appannano appena presi in mano. Torno ogni volta in ‘sto bar, senza alcun motivo concreto, solo perché fa parte di una mia mitologia personale: una cazzata, un inglese conosciuto per caso in altri tempi, altre storie, altre situazioni, altri amori, altri umori. Sono un tipo romantico se così si può dire: ho appena speso dieci euro per comprare un quarantacinque giri anni ottanta di Radio Futura, il primo gruppo di Juan Perro, solo per ricordarmi della mattina in cui io Lucas e Natali siamo andati a passeggio per il Barrio Gotico, e poi a vedere la casa di lei in Plaza de la Merce, e a mangiare pesciolini fritti in quel posto di piastrelle bianche.

Credo che tutto ti ricordi qualcosa è il titolo di un bellissimo racconto di Hemigway, ed è proprio così, a volte è solo un girare attorno a se stessi, ritrovarsi nelle cose che ci ancorano a terra, che ci hanno formato, che mi dicono chi sono, da dove vengo, a volte dove vado. Credo che abbiamo una fortuna insolita noi architetti, perché per noi i luoghi hanno un significato particolare, entrano di più nella nostra vita, nei nostri ricordi. Gli architetti abbiamo vari punctum nella città, nel territorio, notiamo le cose con altri occhi, guardiamo la città come uno scrittore guarda la guerra. Al di là del vetro, verso il porto, l’edificio di Coderch e mi viene in mente quell’appartamento dove si dormiva cullati dal clan clan delle corde e dei rocchetti delle vele che battevano nel vento contro gli alberi delle navi.

Chissà se entrerà nella mia mitologia personale anche il Forum alla fine della Diagonal. Magari mi ricorderà il pranzo all’ombra delle palme nel giardino della conceria di pelli riutilizzata ad ateliers, o il baretto cileno con la cameriera grassa che mi faceva l’occhiolino, o sedersi sugli scogli a scrivere, con l’umore che va giù e poi su e poi giù di nuovo come nelle montagne russe, stessa sensazione allo stomaco, il cellulare che più lo guardi e meno squilla.

Bravi Franco e Ciccio, penso, bravi H & DeM, e bravo anche Mateo, mi piace molto come gli edifici del forum riescano a costruire un luogo con semplicità, come si ancorino perfettamente al suolo, come si scorga appena il mare al di la della piazza in salita. Mi piaceva che i bambini entrassero nel museo a giocare a nascondino, che la piazza fosse piena di sole, di skaters, di vita che prendeva forma nel luogo come l’acqua in un bicchiere.

Come in quell’altro edificio per cui litigo sempre, il MACBA di Meier, che ci son passato ieri sera, ed era pieno di gente, di bimbi in bicicletta, donne velate, due tipi che si allenavano a full contact, skaters, ragazzi che bevevano in attesa che si scaldi la notte, perfino uno che giocava a pelota contro il muro bianco del museo, come se fosse un fronton.

Enuncio agli altri la mia teoria, che cioè più o meno me ne frego di come son trattati gli edifici, dei rivestimenti e dei tagli delle finestre, delle luci e delle spazialità interne, che queste cose vanno giudicate solo in conseguenza del luogo che riescono a creare. Natali mi dice che no, un conto è la piazza e un conto l’edificio: che ci sia vita significa che la piazza funziona, non il museo. Ma la piazza è un vuoto tra un suolo e quattro pareti, mica altro, e funziona se funzionano i limiti che le danno forma, penso io. E poi c’ho ‘sta teoria, che un metodo infallibile in Spagna per stabilire se uno spazio funziona o no è vedere se i ragazzi ci vanno a fare bottellon, se ci vanno a bere prima di andare a ballare, come nella magica piazza contro il mare dietro agli scogli del Kursaal a Donostia.

Sono stato minacciato da varie forze importanti di badare ai fatti miei e non occuparmi di Barcellona, un blog esiste già ed è piuttosto seguito e molto bello. Quindi adesso la pianto, Giordana (scherzo…) -è che se le cose non le scrivo poi va a finire che non esistono.

Alcune non me le scordo nemmeno se muoio, perciò non serve estrarle dal cesto della morte, non hanno data di scadenza nel frigo: e chi se lo scorda l’appartamento dei Baschi, le cene in terrazza, i sette piani da fare a piedi, le orecchiette coi broccoli e Cabernet veneto, parlare di scemenze nel sofa poggiato sulle cassette di frutta, parlare di musica, scoprire che dopo due anni pare di essersi visti il pomeriggio prima, scoprire che ci vestiamo uguali, che abbiamo gli stessi libri, gli stessi dischi.

L’ultimo giorno prima di tornare finisco all’inaugurazione del locale di Max, i Xemei, sotto a Montjuic, e c’è musica, c’è un sacco di gente, i ragazzi, splendidi come sempre, offrono spritz e cicchetti e vino a fiumi. Incontro per caso la Checca, e poi altri amici, spagnoli e no, e sono contento, poi molto contento, poi euforico, poi out-control, e finisce che non riesco neanche più a parlare italiano, mancano poche ore all’aereo e non so che mi prende, mi cala un velo nero, mi trasformo in un personaggio di Capossela, rancoroso e triste, vago per le strade con l’alcol che mi ruggisce in pancia, tutto o niente voglio, e alle volte mi par di restar con niente, solo una montagna di ricordi.

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7 commenti a O lascio andare le

    alessia dice:

    ricordi
    …non te ne frega + nulla..detto e ridetto..forse non ha nemmeno + valore….ma io ti amo….purtroppo ti amo…..

    Antonio dice:

    dato che conosci il mio indirizzo e-mail privato mi pare di cattivo gusto oltre che inutile usare questo spazio

    alessia dice:

    !?
    ok capo..agli ordini!..da ora in poi userò solo il tuo indirizzo privato!baci!…

  1. Quanto mi manca Barcellona…mentre descrivi i posti mi ritrovo a percorrere anch io le stesse vie.Tornarci probabilmente mi fara’ lo stesso effetto.Malinconia oggi nell aria..su

    Anonimo dice:
  2. …a Frisco, a Ny, a Tokio, a Chicago, Buenos Aires…………………..

  3. Se per un istante
    Se per un istante

    Se per un istante Dio si dimenticherà che sono una marionetta di
    stoffa e mi regalerà un pezzo di vita,
    probabilmente non direi tutto quello che penso,
    ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle
    cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.

    Dormirei poco, sognerei di più, andrei quando gli altri si fermano,
    starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri
    parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato!!

    Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente,
    mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo
    ma anche la mia anima.
    Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il
    mio odio sul ghiaccio e aspetterei che si sciogliesse al sole.

    Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di
    Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata
    che offrirei alla luna.
    Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle
    loro spine e il carnoso bacio dei loro petali.

    Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo
    giorno senza dire alla gente che amo, che la amo.
    Convincerei tutti gli uomini e le donne che sono i miei favoriti e
    vivrei innamorato dell’amore.

    Agli uomini proverei quanto sbagliano al pensare che smettono
    di innamorarsi quando invecchiano,
    senza sapere che invecchiano quando
    smettono di innamorarsi.
    A un bambino gli darei le ali,
    ma lascerei che imparasse a volare da solo.

    Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma
    con la dimenticanza. Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini!
    Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna,
    senza sapere che la vera felicità sta nel risalire la scarpata.
    Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo
    pugno, per la prima volta, il dito di suo padre,
    lo tiene stretto per sempre.

    Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro
    dall’alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi.
    Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma realmente, non
    mi serviranno a molto, perché quando mi metteranno dentro quella
    valigia, infelicemente starò morendo.”

    Gabriel Garcia Marquez