Lunedì, vacanza: festa del patrono di Venezia. Così sono tornato in terraferma dai miei, nel cuore del nordest. Domenica sono uscito a bere birra e ascoltare i Sound Garden fino alle quattro di mattina con Leo. Lunedì mi alzo, la tempia pulsa in maniera abbastanza controllata, e fuori c’è bel tempo, quelle misteriose giornate di sole e freddo assieme, aria dura e luce che penetra attraverso le cose, le rivela. Sveglio la Vespa dal letargo, mi copro con cento strati e vado bordeggiando per la mia patria privata, per i miei paesi, per i miei vigneti, vagabondo qua e la per le strade tra gli orti, i canali, i posti dove andavo a pescare, dove andavo a limonare, dove andavo a fumare di nascosto. I miei possedimenti personali della memoria, o quello che ne rimane.
Arrivo fino al mare, il mio mare, il malinconico mare invernale, e ci siamo solo io e un vecchio in fondo, col cane che girovaga per le dune.
Poi ritorno in città e vado a guardare cosa si costruisce di nuovo, in che modo la città si espande. Gironzolo con la Vespa per la strade dei nuovi centri residenziali, i «villaggetti» che sono sorti come funghi negli ultimi anni, e siccome sono fatto così, mi domando quale sia il senso di questa «villettopoli», che desiderio subconscio rappresenti la «casa a schiera come aspirazione generalizzata». Mi domando che significhi questa enfilade di “case color cremino, condomini color nocciolina, residence giallini e marroncini. Mai giallo, giallino. Mai verde, verdino. Mai celeste, celestino. Mai una casa, sempre e solo casette” (Vitaliano Trevisan). Che vuol dire?, mi domando. Cosa simboleggia quest’agglomerato potenzialmente infinito di villette, che mai si snodano a creare una piazza, del verde pubblico, un campo da basket: non dico un centro culturale, ma almeno un bar dove i vecchi giocano a bocce e calano la carta.
Checché ne pensiate non son mica seghe mentali, cercare di capire cosa significhi tutto ciò. C’è sempre stato un rapporto diretto tra quello che è la forma fisica della città e la forma mentale degli abitanti, il loro senso di cultura e di civiltà. I romani non distinguevano nemmeno linguisticamente tra questi due termini, tra città e società, tra l’insediamento fisico e l’insieme di chi in questo insediamento viveva, lo modellava e ne era modellato. È l’inconscio collettivo di una società: “le città come i sogni sono costruite di paure e di desideri”. E come nei sogni questi ingranaggi possono essere messi in luce, analizzati. Si è sempre fatto: Pasolini esamina nei suoi romanzi una società che è del tutto omogenea ai luoghi in cui vive, i grandi caseggiati popolari, violenti e allucinanti, senza senso, in attesa di una rivoluzione, di una catarsi, in attesa di una bomba che spazzi via e rifondi la città e la sua società. Raymond Carver racconta sempre personaggi inquieti: lo scrittore fallito, la cameriera che piange sulla minestra, il ragazzo che di nascosto va a provarsi i vestiti della vicina. Uomini soli, in una città che li segrega dentro ai propri villini, dietro siepi impenetrabili, in quartieri residenziali senza fine, senza una piazza, un baretto, un negozio, un possibile luogo di contatto tra gli abitanti. Aspetto un grande scrittore che provi a raccontare anche noi. Che trovi le parole per questa immensa villettopoli che sembra non finire mai.
A analizzarla, sembra che l’unico pensiero di architetti, geometri, periti, ingegneri e assessori, sia riempire gli edifici di colonnine, di finestrelle tonde, di archetti, di frontoni, timpani e modanature in calcestruzzo. Di ricoprirli con tutte le icone della casa: tetti a capanna, facciate simmetriche, verandine, giardinetti, terrazzini. Nella maggior parte realmente inutilizzabili e quindi esclusivamente simbolici, come se volessero convincerci che queste siano realmente delle case. Con la loro esagerazione del simbolo, dell’icona della casa, questi edifici sono come i castelli disegnati dai bambini, colle torri aguzze, la bandierina, il portone ad arco e, davanti, la principessa.
Ma l’eccesso di simboli, la sovrabbondanza di informazioni, “sta sempre a indicare un rumore di fondo molto alto” (Umberto Eco, Opera Aperta), un messaggio improbabile e un ricevente incredulo, come il bambino, incredulo e dubbioso per natura, che esagera il proprio disegno per convincersi che quello è veramente un castello. L’esagerato bisogno di icone delle nostre case sta a significare che anche il rumore di fondo della nostra città è alto e il ricevente è incredulo, dubbioso e insicuro. Sotto sotto non ci crede alla casa dei suoi sogni, al luogo che gli dia certezze, che lo ripari e lo salvi, il posto dove l’inquietudine si plachi.
Come nel dialogo di Baudelaire con la propria anima, quando questi le chiede in quale luogo vorrebbe curare la propria inquietudine -l’Olanda, il Portogallo, il Polo Nord?- l’anima non può che rispondere, esasperata: “Ovunque! Ovunque! Purché fuori da questo mondo!”. Perché l’altrove non esiste, non può esistere, è uno stato mentale di una città che passa il proprio tempo a desiderare disperatamente qualcosa che non sta avendo o che non sta avendo come desidera, lo stato di chi desidera convincersi di essere da qualche altra parte, di vivere in un posto senza incertezze e paure, a Paperopoli, in una fiaba, lontano via di qui, Anywhere out of the world. Una umanità che in fondo non ci crede che questo luogo esista, la casa dei propri sogni, e che però continua compulsivamente, forsennatamente a desiderare.
È il terzo stadio dell’alienazione predetto da Calvino: primo stadio, sono in ufficio e sogno di essere a casa. Secondo stadio, sono a casa e sogno di essere in ufficio. Terzo stadio, sono nella mia casa dei sogni e sogno di essere nella mia casa dei sogni.
Un messaggio personale: non è che tra voi c’è una Francesca di Napoli amica di Lucas e Natali?

Laureato lo scorso ottobre allo IUAV, sto lavorando da settembre nel cuore del nordest. Nel frattempo ho inviato una cinquantina di curriculum, preso undici aerei lowcost e fatto colloqui di lavoro un po' ovunque, come in un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiarsi di letto: c’è chi vorrebbe dolere accanto alla stufa e chi crede che guarirebbe se solo potesse avere il posto accanto alla finestra.
Il noir non e’ reazionario, tantomeno per non pensare
dei cannibali, cosa diversa dal noir per molte ragioni.
Caro Antonio,
complimenti per il blog (arrivo da google, proprio facendo una ricerca sulla letteratura noir e gialla, di cui mi nutro abbondantemente).
Vado al punto: sicuro sicuro che la letteratura gialla (noir, crime ecc) sia reazionaria? sicuro che riduca il mondo in buoni e cattivi? Proprio a proposito della banda della Magliana, direi che e’ vero piuttosto il contrario, se leggi De Cataldo. E ancora: c’e’ tutta una scuola di noir italiano che testimonia l’uscita dagli schemi intimisti e particolaristi (per lo piu’ pallosissimi) di molta della nostra letteratura e su sfondi verosimili (strategia della tensione, anni di piombo, crimine organizzato) costruisce una (anti-)storia dell’Italia e delle storture che destre piu’ o meno deviate e apparati “statali” alquanto “strani” hanno creato nel nostro paese. Nelle fabbriche, nelle case, nella politica, nella televisione, nella nostra vita. Perche’ se il crimine e’ politico (o per lo meno politicizzato) sono collettive e pervasive le sue conseguenze.
Sarebbe interessante proseguire la discussione, magari non qui che ti intaso lo spazio per i messaggi. Pero’ mi sento di dare dei consigli, nel caso ti andasse di approfondire: Lucarelli (falange armata), Ellroy (american tabloid e sei pezzi da mille), di michele (tre uomini paradossali e scirocco), wu ming (anche se si esce dal noir) e cosi’ via. Meglio distinguere, quindi, il noir e il giallo dal giallo “da cassetta” a la connelly. Nove, poi, era esponente della corrente (nata morta per lo piu’
Comunque, se ti va, se ne riparla. Pardon se ho scritto troppo, in caso cancella.