Oggi in studio do

Oggi in studio do un’occhiata al libro della Taschen ARCHITECTURE NOW 3, scorro l’indice e leggo, tra i vari, Olafur Eliasson. Mi incuriosisco. Dico, ma non era l’artista danese che faceva quei giochi di luci e di rifrazioni, che lavorava colla natura, col vento, colle foglie, ecc.? Che ci fa in mezzo a Koolas, H. e De M., Isozaki? Che abbia un omonimo, un figlio, un gemello –che sia vittima come me di un fratello malvagio che esce il sabato notte mentre io castamente dormo sotto al piumone? O che sia invece Eliasson l’originale, e che abbia costruito qualcosa, una casetta di tronchi, uno chalet in Scandinavia, una Baita, una stazione della seggiovia?

Arrivo alla pagina, ed era proprio lui, Olafur Eliasson, colla sua riga in parte stile Rivincita dei Nerds, ed era pubblicata la sua installazione alla Tate Modern di Londra, un grosso sole giallo in fondo alla Turbine Hall, specchi sul soffitto e macchine sparafumo. Svengo leggendo le note di accompagnamento: “Olafur Eliasson, ancor più di H. e De M., ha trasformato questo spazio utilizzando semplicemente fumo e specchi. Un gesto di magia architettonica.” Architettonica?

Tanto sapete già dove voglio arrivare. Non mi piace passare per precisino, di solito sono un fricchettone, ma secondo me le parole sono importanti. Sacre sono, il linguaggio è tutto ciò che abbiamo. Il confine è labile in tempi di architettura rarefatta, decostruita, pubblicitaria e sborona, ma secondo me uno che scrive che un gioco di luci, specchi e fumo è architettura, è come uno che confonde una scenografia con un teatro, un murales con un edificio, il profumo del soffritto con la cucina. È uno che di architettura non ha capito un cazzo.

Stavamo dalla Mara vicino a Liverpool Street e avevamo cercato disperatamente una festa Mod, ma doveva essere l’unico week-end in cui i New Untouchables non organizzavano niente, così finiamo in un locale dove suonavano elettronica super pestata, il tipico locale col nero all’ingresso e dentro pastiglie e cocaina, collane lampeggianti e T-shirt stonfe di sudore. Troppo per me, dovetti bermi quaranta cocktails (gin toni, ovvio) e riuscimmo nonostante tutto a ballare e divertirci e tornare a casa alle sette di mattina. (Tornando a casa passammo per caso per Bishop Square, davanti al cantiere per cui stavo facendo gli esecutivi e la Mara mi ha fatto una foto stupenda, ‘co sto sorriso e gli occhi chiusi chiusi, ridotti a due fessure appena…). Alle 11 della mattina, instancabili (?), eravamo già in giro per Londra, colla camminata junkie, passeggiando tangenti alla torre, il Tower Bridge, poi lungo il Tamigi, quel giro là. Finimmo alla Tate, lo stupendo edificio della Tate, e dentro c’era (ma dai!) l’installazione di Eliasson. Io avevo gli occhi di fuori e ero supernervoso, pallido, mi sembrava di aver fatto colazione con una macedonia di lamette Gillette. Entrai nella hall e mi lasciai avvolgere dall’installazione. Dall’atmosfera lisergica, ipnotica, da ‘sto mood languido, morbido, vagamente inquietante. Arrivai in fondo alla sala, e iniziava a prendermi sempre peggio. Mi piacque molto all’inizio, poi abbastanza, poi per niente, poi piantai gli altri là e scappai fuori a gambe levate: aria aperta, Tamigi che scorre lento, mamme e bambini in carrozzella, pietra fredda sotto ai piedi.

Non mi sconvolse l’installazione, ma come la gente e i ragazzi reagivano all’installazione. Checché ne abbiano scritto che era un’opera atmosferica, lieve, naturalistica, ecc., era invece chiaramente un’opera che metteva in scena la decadance: questo ambiente avvolgente, cullante, leggermente angosciante, con un enorme sole che sta tramontando, e specchi, specchi ovunque. Altro che contemplativa, non si spiegherebbe altrimenti la nebbia, il rumore uooooo, basso, continuo, delle ventole, gli specchi sul soffitto, stranianti. E ‘sti ragazzi in fondo, distesi per terra, allungati nel cemento, languidi, silenziosi, stracci in contemplazione di ‘sto tramonto giallo, di questa fine annunciata, che sembravano scambiare le radiazioni di ‘sto sole malato, postatomico, per raggi uv.

Tutto sommato credo a posteriori che Eliasson avesse voluto mettere in scena proprio questo, il putrido crogiolamento davanti alla morte, la santificazione del malaticcio, del decadant. Forse addirittura una presa per il culo di quell’arte che fa del culto della morte un diktat, della spazzatura un’icona, del nichilismo l’unica certezza. Che crede ci si emozioni davanti a un fantoccio impiccato, una mucca in formalina, davanti a un artista coperto dalla propria diarrea. Io non mi scandalizzo, mi annoio. Non mi sconvolgo, sbadiglio. Noia distillata per me: un letto disfatto dove una povera artista (ora neo miliardaria) è rimasta a deprimersi per una settimana mi sconvolge tanto quanto le stanze polverose del Museo Nazionale piene di copie ottocentesche di statue greche. Devo essere io particolarmente cinico a non soffrire per un lampadario di Tampax. Lo so è colpa mia, il mio cuore è duro, e rimango lungamente a rifletterci alla finestra nelle interminabili notti invernali.

Quanta autocommiserazione, quanto compiacimento, e soprattutto quanto talento sprecato! Per questo mi aveva deluso tanto Eliasson. Perché era uno che mi piaceva, sembrava uno capace ancora di raccontare. Bè cosa avesse in testa non l’ho ancora capito. L’ho incontrato una volta in una inaugurazione, e stava discutendo affabile con tutti, studenti e scrocconi vari. Ho detto adesso glielo chiedo adesso glielo chiedo, stavo lì col mio prosecchino, lo guardavo, e pensavo adesso glielo chiedo adesso glielo chiedo, lì in piedi, colla cicca e il bicchiere, immobile, indeciso, decadant.

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10 commenti a Oggi in studio do

    cecilia dice:

    magia architettonica
    “…seguire dei profili,riempire delle superfici,individuare dei volumi…vuol dire prima di tutto guardare,vuol dire forse saper osservare,vuol dire forse sapere scoprire…”

    Miss Kittin dice:

    La “Zattera della Medusa” dipinta da Gericault due secoli fa, prese spunto da un fatto di cronaca successo al tempo, ovvero l’affondamento della nave francese “Medusa”.
    Un gruppo di sopravvissuti, si rifugiarono su una zattera e rimasero in balie delle onde per settimane.
    Pochi di loro soppravissero, e su quella zattera si narrò che avvenne di tutto, dagli incesti agli atti di cannibalismo
    Il fatto scosse i francesi e mise in moto l’immaginazione di Gericault, che così relizzo una delle sue opere impressionanti.
    La Francia, al tempo non se la passava un granchè bene, visto che lo sconforto e la disperazione, nascevano dalla constatazione che ciò che era stato fatto con la Rivoluzione Francese era stato spazzato via da un colpo di spugna
    Dopo Waterloo tutto tornò come prima, quei soppravissuti dipinti in composizione piramidale a rappresentare una ascesa o una discesa ( dipende da che parte vuoi metterti) ben rappresentavano il fallimento, il naufragio di un popolo e dei suoi ideali…

    E adesso……. l’irritante Tracey ( visto che è pure miliardaria), ancorata una settimana ad zattera di lenzuola sudate, trentacinquenne (o giù di lì) dall’aspetto punk-adolescenziale, che mostra il suo letto disfatto, col telefono e le bottiglie vuote che vuol farci credere che quello è il suo sfogo immediato, rabbioso…invece sembra il diario di una “adolescente” turbata, lasciato aperto sui banchi di scuola aspettando che orde di curiosi si interessino alle sue nevrosi.

    Il limite tra una bella operazione di marketing e l’abbrutimento esistenziale… fatto di mattine senz’aria, aliti cattivi, pelle grigia, invecchiamento, rimmel colato, carezze con le unghie che non puoi raccontare e lamette nello stomaco..tanto che, non sai se forse è meglio rimanere attaccati a quella zattera visto che le Marlboro te le sei portate appresso!
    E tutto questo con lo stile di Mick Jagger…

    Nessun paragone, per carità, un pò di buon gusto ce l’ho… solo diversi tipi di naufraghi, in epoche differenti, malesseri diversi… il letto di certo non è la zattera, ma il naufrago in questione qui è solo, racconta questo tempo ed incespica verso una finestra, aggrapato ad un letto che non vuole lasciare, con l’amaro in bocca e il fallimento in tasca…
    Se poi questo viene ripreso da un servizio fotografico sul Rolling Stone…facciamo finta per gioco che sia la nostra esposizione Universale….

    Giordana dice:

    filosofie architettoniche differenti
    UIIII, guapo!!! per una volta non sono per niente daccordo con te, sul concetto, non sull’opera che non ho visto…
    da una parte:

    L’Architettura è una scienza, che è adornata di molte cognizioni, e colla quale si regolano tutti i lavori, che si fanno in ogni arte.
    VITRUVIO

    L’Architettura è l’arte di disporre e di adornare gli edifici, innalzati dall’uomo per qualsivoglia scopo, in modo che la loro semplice vista possa contribuire alla sanità, alla forza, al godimento dello spirito.
    JHON RUSKIN

    e dall’altra:

    Chiarezza costruttiva portata alla sua espressione esatta. Questo è ciò che io chiamo architettura
    MIES VAN DER ROHE

    tu appartieni a Mies e a questo tipo di filosofia, secondo quello che scrivi…
    “ma secondo me uno che scrive che un gioco di luci, specchi e fumo è architettura, è come uno che confonde una scenografia con un teatro, un murales con un edificio, il profumo del soffritto con la cucina. È uno che di architettura non ha capito un cazzo.”

    cazzarola è fortissimo quello che hai scritto è una critica grossa…
    un bacino e buon inverno.
    Giordana

    franco_73 dice:

    parole
    …lo scopo dell’architettura è quello di spogliare d’ogni falsa apparenza le modalità del proprio agire!!
    shopenhauer

    forse è proprio cosi

    franco_73 dice:

    la difficoltà è architettura?
    “Signori Operai, e’ non è dubbio che le cose grandi hanno sempre nel condursi difficultà, e se niuna n’ebbe mai, questa vostra l’ha maggiore che voi per avventura non avisate.”
    Filippo di ser Brunelleschi agli Operai di Santa Maria del Fiore

    cecilia dice:

    fare architettura
    La ferita vera di cui soffre l’architettura di oggi è la prossimità ai linguaggi della pubblicità e la sottomissione al dominio dell’immagine.
    L’architettura è sempre materia concreta.
    Un progetto disegnato su carta non è architettura,ma soltanto una rappresentazione più o meno concreta dell’architettura,paragonabile allo spartito musicale…e così come la musica ha bisogno dell’esecuzione,l’architettura ha bisogno della realizzazione.
    Fare esperienza d’architettura vuol dire toccarne,vederne,sentirne ascoltarne e odorarne il corpo.
    Significa porre delle domande a se stessi,avvicinare,accerchiare,trovare la propria risposta.

    franco_73 dice:

    per cecilia
    perfetto…bravissima ..concordo con te…l’architettura è una pura passione carnale per la materia..sei bravissima cecilia

    franco_73 dice:

    per cecilia 2
    credimi cecilia…hai detto una cosa giustissima ed è per la prima volta che una persona parla di architettura ed ha capito cosa sia …non un disegno o un calcolo matematico ma bensi una esperienza…almeno secondo il mio modesto pensiero…
    ciaoo

  1. Ho letto solo ora la tua risposta.
    Capisco e condivido (anch’io un COCOCO ecc). Pero’ la tua affermazione era diversa: la letteratura Noir e’ reazionaria. E non fa pensare. Insisto: affermazione gratuita e immotivata. Se non parla dei COCOCO non vuol dire che e’ vuota, tantomeno reazionaria. Anche perche’ i COCOCO e le PIVA non sono gli unici, e forse neanche i peggiori, problemi del mondo.
    Comunque, non e’ che ogni genere letterario debba parlare di tutto. Proprio per questo secondo me la tua affermazione, tranchant, era fuori luogo.
    Tutto qua. Poi sull’utilità di ipotizzare l’assassino di Kennedy o interrogarsi sul perche’ la Banda della Magliana fosse immanicata col Vaticano lo puoi trovare anche retro’ e inutile. A me invece spiega molte cose a proposito dell’oggi.
    In ogni caso, se
    Ah, dimenticavo anche il Carlotto, che del NE, dei paronsini e dei schei ne parla sempre con la chiave di lettura del Noir. il noir, come tu dici, e’ reazionario e per non pensare, che cosa trovi sia incisivo sul reale oggi? Che letteratura?

  2. il taglia e incolla mi ha incasinato il msg …