Mai che riesca a rilassarmi, a scrivere una cosa senza contraddittori, “Jack scavalcò agilmente la staccionata che divideva la loro proprietà da quella dei McKey”, qualcosa di indiscutibile, dura e pura, no, devo sempre mettermi nei guai. Vabè vi consiglio un libro poi la chiudiamo qui. È di Jean Clair, quello di Critica della modernità. L’ipotesi di partenza è la constatazione che sempre più nei musei, nelle gallerie d’avanguardia, nei dibattiti e nelle riviste d’arte, ciò che la fa da padrone è il disgustoso, l’immondo, il mostruoso, le sculture di sangue (Quinn), le ampolle di sperma (Bourgeois), le fotografie di cadaveri rubate all’obitorio (Serrano) o dell’artista che mangia la propria merda (Nebreda). O anche animali in formalina, bestie sezionate, modellini LEGO dei campi di concentramento, gastroscopie, autolesionismi, pedofilia.
La cosa che più inquieta Clair non è tanto l’opera in se (uno potrebbe cestinarla con uno sbadiglio) quanto l’interesse che lo status quo -i direttori di musei, i curatori di mostre, le riviste, i giurati dei premi- le riservano. Alla fine è questo “potere” che nella nostra società segna il valore di un’opera, è inutile che ce la meniamo. E quindi la spazzatura non è solo legata alla nostra “sensibilità”, alla sfera privata, ma interessa il nostro sistema, la nostra società, il nostro mondo. La morte come icona, il rifiuto come reliquia da conservare e esporre (e vendere). Ma Clair non si lascia tentare a dare un giudizio sull’epoca, ne sulle opere (a parte qualche legittima virgoletta prima della parola “arte”). Perché sulla morte non si può discutere. Si può esaminare come una fotografia che ingrandita mostra solo la grana della carta. Si possono però analizzare le sovrapposizioni, le associazioni di idee di un’epoca come se fosse un paziente sul lettino dello psicanalista.
L’immaginario della contemporaneità vive in posti asettici, lucidi. I ragazzi delle riviste sono rasati come monaci tibetani, glabri e androgeni (“guerrieri arcaici”), le ragazze sono infantili, gli occhi distanziati, il pube rasato come le veneri cinquecentesche, a eliminare ogni traccia di bestialità. Puro spirito, come le statue di Canova. All’interno delle città, in luoghi chiusi e appositamente riservati si espone ciò che è inibito nella vita, ciò che attira bestialmente, irrazionalmente, ciò che attrae irresistibilmente il bambino e il cane.
E ecco, con un cortocircuito mentale alla Roland Barthes, Clair individua un altro luogo della storia dove la società era ossessionata dal culto del corpo, dalla perfezione formale, dalla purezza del sangue e dei tratti somatici, dall’ordine e dalla pulizia -salvo poi dedicare zone ben chiuse nei bordi della città alla morte, ai rifiuti della società, agli scarti. Già Levi distingueva le gerarchie del campo in base agli escrementi, ed è da tutti riconosciuto che il problema principale, quello che occuperà le forze principali del genio organizzativo nazista era lo smaltimento dei rifiuti…
Il libro è: Jean Clair, De Immondo, Abscondita, 2005. Spero di avervi interessato.
Quanto a me credo nell’ironia, nella risata liberatoria, credo che tutti questi artisti si prendano troppo sul serio, credo che avrebbero bisogno di farsi una serata con Lele a mangiare folpi e bere bianchetti, credo nella sbronza come attività catartica e dada, credo nel mandarla in vacca, credo che loro colpiscano la parte di me alla quale sono meno interessato, le viscere, credo che quando nel 1961 (43 anni fa!) Piero Manzoni inscatolava la sua Merda d’Artista avesse una facciona divertita alla John Belushi, da collegiale che l’aveva combinata bella, credo che M. Duchamp ci fosse arrivato prima di tutti quanti e che a un certo punto non avendo più niente da dire giustamente preferisse giocare a scacchi e cercare di sbancare la roulette del casinò. Io credo che sia il riso che ci distingue dalle bestie.
“Crederò solo in un Dio che sappia ridere”. Così, mentre aspetto mi riprometto:
a) di non accettare un invito a cena da Andres Serrano. Sono sicuro che non si lava le mani prima di venire a tavola
b) non presenterò mia sorella a Otto Muehl, re dell’Azionismo viennese -sette anni di carcere per aver abusato di minorenni nel suo pasoliniano castello-comune
c) non andrò ospite a casa di Tracey Amin senza essermi prima assicurato che abbia cambiato le lenzuola
d) simpatizzo senza riserve per il bengalese che mentre David Nebreda fa il suo ingresso nella galleria d’avanguardia nella Quinta Avenue, sta entrando col mocio e il secchio a pulirgli lo studio.

Laureato lo scorso ottobre allo IUAV, sto lavorando da settembre nel cuore del nordest. Nel frattempo ho inviato una cinquantina di curriculum, preso undici aerei lowcost e fatto colloqui di lavoro un po' ovunque, come in un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiarsi di letto: c’è chi vorrebbe dolere accanto alla stufa e chi crede che guarirebbe se solo potesse avere il posto accanto alla finestra.
Auguri
volevo augurarti un sereno ed imprevedibile 2006
Ciao
Tiz
http://spaces.msn.com/members/amorisbullonati/
“caro Antonio”
sei interessato a valutare altre proposte di lavoro. Ho trovato interessante l’esperienza che hai fatto in azienda. Attendo cortese riscontro per approfondimenti. Cordialmente
L.Borgato