Metti un giorno a Milano

In una mattina di Marzo Mr. Mee atterro’ nella landa sperduta della brughiera ticinese di Malpensa.

Sin dall’attesa al nastro dei bagagli, le conversazioni di tutti al telefono cellulare avevano un contenuto molto simile; “buongiorno Dottor Rossi, sono il Dottor Verdi, il marito della Dottoressa Neri e vorrei parlare con il Dottor Bianchi”.

Memore dell’ultimo soggiorno meneghino, decise di optare per il transfer in autobus, in quanto trovava i 90 euro chiesti dal taxi al di fuori di ogni logica se comparati ai 45dollari per una corsa dal JFK di New York a Manhattan oppure ai 60 euro, con auto privata di classe superiore, per un transfer che collega Fiumicino alla citta’ eterna.

Terminato il viaggio in autobus arrivo’ nel progetto indefinito della stazione centrale e rivolgendosi ad un taxista, per percorrere l’ultimo tratto che lo separava dall’Hotel, si senti’ rispondere: “dove deve andare? No guardi, non lascio la fila per una corsa cosi’ breve!”

Mr. Mee si rassegno’ a percorrere l’abbondante miglio trascinandosi a fatica i due pesanti bagagli.

“Maledetti architetti” questa fu’ la costante esclamazione pronunciata da Mr. Mee, ma non per parafrasare il celebre saggio edito da Bompiani di Tom Wolfe, ma per inveire contro la mancanza di scivoli per disabili che collegassero il marciapiede agli attraversamenti stradali, percorsi pedonali arzigogolati, per dare la precedanza ad aiuole mal curate e di discutibile senso logico e macchine e scooter parcheggiati selvaggiamente ovunque.

Come Pollicino nel racconto di Perrault, i cagnolini delle signore bene, avevano lasciato le traccie del loro passaggio e le ruote delle valigie di Mr. Mee avevano preso le sembianze delle ruote di un trattore dopo la concimatura.

La receptionist dell’hotel diede il benevenuto a Mr. Mee tra una masticata di chewing gum e le ultime battute di una chiaccherata confidenziale con la collega, e questo non era il perfetto welcome che Mr. Mee si aspettava in un Hotel cotanto costellato.

Dopo una doccia ristoratrice, Mr. Mee diede inizio ad un fitto pomeriggio di appuntamenti sparsi per la citta’ e tra uno spostamento e l’altro resto’ sensibilmente colpito dalla quantita’ di cantieri imponenti disseminati in tutto il territorio cittadino, o meglio, dalla cartellonistica di cantieri in prossima apertura che raffiguravano progetti di composizione architettonica adottata in altre capitali europee alcuni decenni prima. (tranne un paio che si sanno distinguere…per ora nel rendering)

Milano stava rapidamente cedendo il passo alla tipologia architettonica del grattacielo, forse per poter ammirare da un punto piu’ alto le enormi aree periferiche lasciate al degrado o all’urbanizzazione residenziale assente di tutti quei servizi base che rendono in tutta Europa una metropoli un fluido agglomerato urbano e non un piccolo centro infiocchettato ed incastonato in una grande e grigia periferia.

Per alcuni trasferimenti scelse il mezzo di trasporto “metropolitano” per eccellenza e come per incanto si trovo’ catalputato in un’atmosfera dai sapori d’oriente, ma di quell’oriente che prende il nome di Calcutta o di Algeri.

Le persone stipate negli afosi vagoni piu’ indicati per il trasporto del bestiame, odoravano di essenze tipo “Big Mac eau de parfum” e questo lasciava intuire che il popolo del bel paese, tanto fiero del primato sulla presenza del bidet in tutte le abitazioni, forse concentrava, solo in quell’incantevole pezzo di design, tutta la sua routine d’igiene quotidiana.

Gli anni che Mr. Mee aveva trascorso sugli stessi vagoni per recarsi all’universita’ era forse troppo immerso nella lettura dei suoi appunti pre-esame per accorgersi che, a differenza di altri passeggeri “underground” quali Parigini, Londinesi, o Newyorkesi, quelli Milanesi non leggono (se non alcuni giornali distribuiti gratuitamente all’ingresso “degli inferi”) ma si guardano l’uno con l’altro. Si osservano, si studiano a vicenda e infastiditi dello sguardo altrui, abbassano lo sguardo in contemplazione dei propri accessori con pensieri profondi quali “quella Vuitton sara’ sicuramente falsa!”

Una volta riemerso in superficie, Mr. Mee si diresse verso uno dei templi del design d’arredo made in Italy.

All’ingresso una signorina dall’aria un po’ scocciata gli chiese “le serve qualche cosa?”

Mr. Mee, dando fondo alle sue ultime pillole di buon umore rispose nel modo piu’ stupido che si potesse rispondere ad una domanda tanto stupida “si, tre kili di legno” e fece un tour del negozio scortato a vista da una guida complimentary dedicata agli ospiti non ancora inseriti nell’elenco dei contatti illustri.

In un’altro tempio del design, di fronte ad una cucina con il prezzo di una Porsche, ma che ben si sposava con lo stile della griffe e le esigenze di un cliente, chiese alla signorina nelle vicinanze “mi scusi lei e’ la commessa?”

La signorina, come in preda ad una colica renale, rispose “io sono l’ interior architect assistant dello show room!” Mr. Mee chiese se il piano da lavoro in acciaio della cucina in esposizione fosse sostituibile con altri materiali piu’ funzionali quali corian o affini ma l’interlocutrice ebbe lunghi attimi di silenzio alla ricerca di cataloghi che non riuscivano a dare risposta al quesito della scomoda Turandot al maschile.

Non avendo avuto alcuna risposta in merito, Mr. Mee si congedo’ dicendo “egregia interior architect assistant, le lascio il mio biglietto da visita, mi invii una risposta quando trovera’ una commessa”.

Il blu ciel di lombardia, di Manzoniano ricordo, cominciava ad imbrunire e l’accensione delle luci di Vecchioniana memoria davano inizio all’intensa nightlife meneghina.

Nonostante la stanchezza, Mr. Mee accetto’ l’invito a prendere un aperitivo nel piu’ trendy bar del piu’ trendy hotel della piu’ trendy fauna milanese.

Era cosi’ trendy stare in piedi a guardare persone sedute in modo cosi’ trendy e una volta conquistato il tanto agognato e imbottito cmq. Mr. Mee chiese il solito cocktail che chiedeva in qualunque citta’ del mondo e che gli veniva servito piu’ o meno nella solita maniera: “un grey gouse orange martini con oliva, per favore” .

Premesso che ultimamente in Italia gli opinionisti si sprecano, forse vittime della tv, dove persino la showgirl o il concorrente del reality sono chiamati a commentare saccentemente il plastico del delitto di cronaca nera in voga, persino il barista che raccolse l’ordinazione di Mr. Mee fu vittima di questa “forma mentis”.

“cos’e’ che vuole?” rispose alla richiesta a sua detta assurda. “ ma non puo’ mischiare l’arancia con l’oliva!” e poi il martini non si sposa con la vodka e’ meglio il gin” “e poi…..”

Mr. Mee non poteva credere che dopo la “interior architect assistance” doveva combattere anche contro l’”opinionist barman” e che, in difetto di originalita’ quello che chiedeva era solamente uno dei martini piu’ bevuti in tutto il mondo.

Il tanto bistrattato cocktail gli venne servito in un bicchiere da margarita e se c’era una cosa che faceva proprio infuriare Mr. Mee era pagare una cifra molto trendy (20euro) per un servizio molto trashy!

Ma fortunatamente la stanchezza prese il sopravvento e capi’ che era giunto il momento di congedarsi e raggiungere il suoi 3mq. di imbottitura.

Nel percorso di ritorno in hotel Mr. Mee rimase in silenzio ad osservare la stessa citta’, citta’ che aveva amato anni prima, la “Milano da bere” che era l’orgoglio dell’efficienza di un’Italia che si imponeva nel panorama internazionale come simbolo di design, stile, comunicazione. Una Milano dove si poteva chiedere un’informazione per strada senza che la passante si tenesse stretta la borsetta e dove chi parlava “da solo” veniva chiamato matto e non come tutti quei personaggi con uno scarafaggio
impiantato nell’orecchio, che adesso si chiamano yuppy, intenti a raccontare di quanto sia diventata invivibile Dubai “troppo piena di italiani”. Una Milano dove il “Pirellone” e la “Madonnina” restavano i punti piu alti perche’ l’attenzione era focalizzata in soli 10 metri da terra nel recupero o sviluppo di quei quartieri che erano nati come dormitori popolari e che forse lo sono sempre rimasti, ma con i prezzi di piazza Duomo.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

10 risposte a Metti un giorno a Milano

  1. Marco scrive:


    …le solite critiche…dei tipici expats…si vede che fa molto trendy fare così…e poi il tutto manca di originalità…l’italiano che vive all’estero e quando torna, anche solo per un breve periodo, non fa che parlare male del suo paese…è uno stereoptipo ormai ampiamente consolidato…puoi fare di meglio!

    • Marco scrive:

      Io expat lo sono stato e molto probabilmente tornerò ad esserlo, perchè Milano è una città molto più provinciale e scorbutica di quanto sembri da oltre i confini nazionali.
      Un ottimo ritratto della “capitale del design” (ragazzi gli anni ’70 sono finiti da un pò, vogliamo allargare lo sguardo con maggiore umiltà?).
      Complimenti Max, gran bel post!
      ndr in risposta al post “metti un giorno a Milano”

  2. Francesca scrive:

    ;-)
    Fantastico post, Max!

  3. Teresa scrive:

    about singapore
    ciao max, il tuo messaggio: davvero carino..e poi mi ha ancor piu’colpito dato che ha fine mese saro’ a singapore in visita…Pensi che ci sia qualcosa che non posso assolutamente perdere??
    teresa

  4. giordana scrive:

    x Marco
    Io in questi 10 anni ho sempre parlato benissimo del miopaese, o almeno ho cercato di farlo, peró lamentandomi di questo o quel regime politico che lo stavano affondando (il paese).
    Marco ci dai UN SOLO motivo perparlare bene dell´Italia?non te ne chiedo tanti…uno solo. e ti giuro che ci faccio un bel post su.

  5. Marco scrive:

    150×150 motivi per parlare bene dell’Italia…
    …io ho sempre pensato e penso che le qualità migliori del nostro paese siano da ricercare e ritrovare nelle persone che tutti i giorni escono di casa e nonostante tutto continuano a credere e lavorare per realizzare la propria vita ed i propri sogni e per rendere il paese un pò migliore…la cosidetta società civile…con la quale forse vivendo all’estero avete perso il contatto (nonostante skype, fb o csa altro). Lo sviluppo e la crescita del nostro paese (in tutti i campi) non è mai stato guidato dalla grande industria o dallo stato a differenza che negli altri paesei occidentali (ad esempio uno stato molto forte in germania o francia oppure il capitalismo delle grandi imprese multinazionali usa)…ma si è sempre fondato sulla capacità creativa ed imprenditoriale dei singoli che, laddove non scada in un inutile egosimo, ha portato a risultati straordinari in moltissimi campi ed ha costruito un paese che in molti campi non ha nulla da invidiare agli altri…ti lascio un link di un progetto nato per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia…150 italiani di oggi raccontano 150 italiani di ieri (per adesso ci sono solo i primi 15)…nelle biografie di queste persone, cha vanno da da don ciotti ad ettore sottsass, da davide scabin a fabio novebre, da nando dalla chiesa a cesare pavese, il senso ed il modo con cui il nostro paese è cresciuto e sta crescendo…

    http://www.italia150.it/ita/Notizie/Inaugurazione-di-Canale-150

  6. Mila scrive:

    per Marco
    Carissimo,
    capisco che gli espatriati dei blog possano a volte apparire un po’ snob, con i loro racconti di stili di vita e lavori più appaganti dei nostri…Ma non solo loro criticano il nostro Paese, anche molti che stanno qua lo fanno. Io per prima. Vuoi un motivo? Ti basta la questione stipendi – lavoro, annessi e connessi? Scusa sai ma non mi sembra argomento da poco… Finora i miei amici espatriati (non solo quelli che scrivono su Pa, che non conosco personalmente, mi riferisco soprattutto ad altri amici architetti) mi hanno parlato dei vantaggi professionali che questa scelta gli ha portato…E sai com è, di questi tempi li invidio un po’…Certo ogni scelta ha le sue conseguenze, non sei a casa, non hai il cibo, il sole e tutto il resto…Ma se tanti poi decidono di restare fuori, nonostante tutto, un motivo ci sarà…Nessuno dice che l’Italia sia il peggior posto per vivere, ma certo se vuoi lavorare con il titolo di studio che ti sei faticosamente guadagnato non è il posto ideale per farlo.

  7. Mila scrive:

    per Marco
    Carissimo,
    capisco che gli espatriati dei blog possano a volte apparire un po’ snob, con i loro racconti di stili di vita e lavori più appaganti dei nostri…Ma non solo loro criticano il nostro Paese, anche molti che stanno qua lo fanno. Io per prima. Vuoi un motivo? Ti basta la questione stipendi – lavoro, annessi e connessi? Scusa sai ma non mi sembra argomento da poco… Finora i miei amici espatriati (non solo quelli che scrivono su Pa, che non conosco personalmente, mi riferisco soprattutto ad altri amici architetti) mi hanno parlato dei vantaggi professionali che questa scelta gli ha portato…E sai com è, di questi tempi li invidio un po’…Certo ogni scelta ha le sue conseguenze, non sei a casa, non hai il cibo, il sole e tutto il resto…Ma se tanti poi decidono di restare fuori, nonostante tutto, un motivo ci sarà…Nessuno dice che l’Italia sia il peggior posto per vivere, ma certo se vuoi lavorare con il titolo di studio che ti sei faticosamente guadagnato non è il posto ideale per farlo.

  8. Antonio scrive:

    expat
    Anche io sono un expat e forse proprio perche’ vivo all’estero posso giudicare il belpaese con una certa oggettivita’ e senza gli opinionismi di parte che portano sempre a dire cose positive fingendo di non vedere la realta’ del belpaese.

    E condivido in pieno l’ironico e raffinato racconto di Max su Mr. Mee a Milano.

    Non bastano 150 italiani per fare l’Italia, perche’ non basta l’eccellenza di pochi (sono casi singoli) bensi’ ci vorrebbe un sistema trasversale, sorta di modus agenda ben distribuito nel territorio e tra le persone, per creare eccellenza.

    E basta con questi luoghi comuni sull’imprenditoria (che non investe di suo e non e’ coordinata) e che non e’ in grado di espandersi all’estero, e sulla creativita’ e civilta’ del popolo italico.

    Anche gli altri popoli sono creativi e civili, e molti vivono in paesi dove la qualita’ dei servizi e’ davvero elevata, e reputo che il livello di civilta’ di un paese sia proprio valutabile nella qualita’ dei servizi offerti.

    L’Italia e’ un paese senza un vantaggio competitivo (evitiamo di citare le icone classiche del made in Italy tipo fashion, food e design perche’ non incidono in maniera significativa nel prodotto interno lordo) e salvo eccezioni tipo Saipem, non vedo esempi di italianita’ all’estero, mentre invece paesi come Francia, Germania, Svezia e USA sono presenti in maniera capillare, e ben strutturata, in una varieta’ di settori economici e commerciali.

    E Milano, che dovrebbe essere la vetrina del belpaese, nella sua qualita’ di capitale economica e finanziaria, della moda e del design, e’ una citta’ degradata, sporca, invivibile per uno standard internazionale, e popolata da persone per le quali conta molto di piu’ l’apparenza e l’apparire, criticare a priori piuttosto che essere proattivo e propositivo, essere opinionisti e di parte perche’ la dialettica stile bar sport si e’ ormai estesa a macchia d’olio in tutti gli strati della dialettica, del business e della societa’.

    Detto questo, sono felice di aver abbandonato il belpaese perche’ offre una fotografia che non risponde piu’ alle mie esigenze, ma sono felice che continui invece a piacere a quelli che pur di sostenere una teoria sono pronto a negare l’evidenza.

  9. Paolo scrive:

    Italiani all’estero…..
    Ricordo che fino a una ventina di anni fa, ancora per mezzo di un mitico treno che sbuffava per 3.000 KM, arrivavano a luglio e agosto nel mio paesello sperduto nell’entroterra della Trinacria, gli emigranti che tornavano per le ferie dal Belgio o dalla Germania.
    Anche loro, ed è rimasto un detto comune qui in paese, dicevano che “Da noi è tutta un’altra cosa!: Lì abbiamo le autostrade a 3 corsie, i night, le casette con il giardino, i centri commerciali, le donne in vetrina….ecc”.
    Bene, dopo avere lavorato per 40 anni “nel civile Nord Europa”, molti di quelli che dicevano queste cose, sono ritornati in Italia, dopo il primo giorno di pensione.
    Non penso che ritornino qua solo per il fatto di esserci nati, ma perché in fondo forse la qualità della vita è migliore?
    Sono d’accordo, critichiamo tutto quello che non va in Italia, ed è tanto, ma cerchiamo di non assumere l’atteggiamento di quelli con la puzza sotto il naso, tipo Carla Bruni! :)
    Ora, ammiro tutti quelli che per realizzarsi nel nostro difficile campo vadano fuori, ci andrei anche io e forse fra qualche tempo ci andrò, ma penso che fra 40 anni ci ritroveremo tutti qui in questo blog (se esisteranno ancora i blog!), a raccontarci di come era la vita quando vivevamo fuori dall’Italia……

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>