I CAME BACK AT

I CAME BACK HOME

Mentre scrivo ascolto All the same dei Sick Puppies, la colonna sonora del video free hugs. Mi piace da matti ascoltarla, rappresenta il mio abbraccio a tutti quelli che mi sono stati vicino in questa fantastica esperienza. Non so cosa sentire, o forse non so come esprimere quello che sento. Ce l’ho fatta, ho girato 18 paesi in una manciata di settimane. L’ultimo post, prima di partire, diceva che se non ce l’avessi fatta ad andare fino in fondo, sarei tornata a casa felice in ogni caso, perché non dovevo dimostrare nulla a nessuno, tanto meno a me stessa. Partivo per il gusto di farlo, non scappavo da nessuna situazione. Piango e non so perché, se è la paura del ritorno, confrontarmi in una società nella quale sono sempre stata una ribelle, se è la felicità di tornare a casa e abbracciare tutti.

Torno a casa dopo 8 mesi di viaggio intorno al mondo, non ho un lavoro, non ho quasi più risparmi sul conto, però in cambio ho un ragazzo che mi vuole bene e che prima non avevo e nella mente una serie di sorrisi che appartengono a persone distinte in ben 4 continenti e in più colori, sapori e odori, che nessuno mai mi porterà via.

Y quien me quite lo bailao!!!!que bien lo he pasado Dios mio!

Spero solo che la memoria non mi tradisca e mi accompagni nel secondo viaggio, che consiste nello scrivere tutto quello che è successo.

A volte mi chiedo perché la mia vita è cosi spericolata, senza tregua, così a volte estrema, così contro corrente e non trovo risposta, mi chiedo perché senza continui stimoli non so andare avanti….Ma va bene così, nonostante io abbia imparato a continuare a bere il latte in una tazza dove è appena caduto un insetto, a dormire sul pavimento in un corridoio di 50 cm di ampiezza, a farmi la doccia con un catino, a mangiare con le posate sporche di qualcun altro che non conosco, a soffrire freddo e calore a temperature indecenti, ad abbracciare un cobra e accarezzare un’aquila reale mentre si adagia sul mio braccio, a nuotare con gli squali, a fare immersioni nei cenotes, a cadere da una lancia in una cascata di 7 metri in New Zealand, a pensare di morire in un aereo domestico in Polinesia, che sbatacchia andando su e giù alla rinfusa, a vomitare per la puzza nei bagni pubblici cinesi, a rischiare la pelle e l’infarto sui motorini in Vietnam, a non poter respirare bene in Bolivia per i 3700 mt di altitudine, a tenere in braccio bimbi cambogiani che ti orinano addosso, a stare in un ospedale da sola nella disperazione più totale in Perù, a devitalizzare il mio primo e unico dente con un dentista che non parla quasi nulla di inglese in Thailandia, a passare Natale in ospedale con le flebo a Melbourne, a parte aver assorbito queste cose, ho imparato a non aver paura delle cose che non la meritano. Ma soprattutto ho imparato a volermi più bene e a stare sola con me stessa, che era quello che volevo.

Saluterò i cubani, pagherò la mia tassa aeroportuale e accenderò l’IPOD, selezionando qualche canzone nostalgica. Rotolerò durante la notte in tutte le fasi significative del viaggio, assaporando ancora una volta i magnetismi di un RTW.

Arriverò a Madrid e quando scenderò dal mio boeing, mi emozionerò, guarderò compiaciuta le hostess di Iberia ben truccate e ben pettinate, andrò nei bagni per una rinfrescata, indosserò la mia bella camicia pulita, fatta su misura dal sarto napoletano per le interviste di ArchitecTour, quella con le iniziali GQ sul polsino che tra poche ore stirerò, mi truccherò accuratamente per il grande momento.

Faro il cambio di aereo, che nel pomeriggio verso le 17, sorvolerà su Barcellona, guarderò la b che forma il fiume e senza accorgermene immersa nei miei pensieri, atterreremo al Prat. Abbraccerò Irma con tutte le mie forze e piangerò a intervalli con risate isteriche, fino alla porta di casa.

Con la camicia azzurra già sgualcita e il rimmel mezzo colato, girerò la chiave due volte a sinistra e entrando ringrazierò Dio.

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