Caro Baricco, quello che

Caro Baricco,

ritengo il suo blog http://www.repubblica.it/rubriche/i-barbari/index.html un documento rinascimentale.

Perché viene a capo di una situazione confusa (la cultura, il mutamento, la società), distaccandosene e inquadrandola da una prospettiva convincente. Fa quello che si direbbe un “salto di scala”.

Le scrivo perchè ritengo che anche la percezione spaziale abbia fatto questo salto.

Nelle comunità rurali, le colline, i sentieri, le stelle avevano un valore ben diverso da quello che questi stessi elementi hanno oggi. Indicavano direzioni, raccontavano storie condivise, guidavano spostamenti e vite. Le colline narravano.

Anche dentro le città si è, in seguito, svolta una narrazione. Questo racconto eterno aveva come punti di riferimento sia gli abitanti, sia i luoghi che componevano la città. Ogni vicolo, (o piazza, via, facciata, casa, lampione, da quel fienile fino a quella cuccia del cane, da quel gradino storto fino al muro a zig-zag) era un universo di valori, ogni angolo era un luogo di un immaginario condiviso.

Credo che l’ “immaginario collettivo” sia il quadro entro cui avvengono i salti di scala culturali.

Se l’immaginario collettivo si allarga, esce dalla campagna, dalla città, dalla nazione e arriva a comprendere un numero quanto maggiore possibile di individui, i dettagli di immaginari più ristretti perdono valore. Inevitabilmente si sintetizzano. In architettura si dice “salire di scala”: rappresentare l’oggetto da un punto di vista più lontano richiede l’omissione dei dettagli minuti.

Insomma, succede qualcosa che ricorda il suo “animale in movimento”, quello che bisogna guardare “per capire la mutazione in atto..”ecc..

I grandi canali di comunicazione (la stampa, la televisione, internet) contribuiscono a questo allargamento dell’immaginario. Mentre mio nonno, della provincia di Bari, riusciva a condividere ben poco con un suo contemporaneo torinese, settant’anni dopo i simboli culturali a disposizione per la condivisione tra me e un ragazzo australiano sono numerosissimi. Insieme al mio amico australiano HO qualcosa da condividere: basta pescare nell’oceano delle icone globali, da Maradona, a Madonna, alla Red Bull. Mio nonno, per condividere qualcosa, doveva per forza ricorrere a quei simboli sedimentati nella memoria e nello spazio narrante a disposizione sua e dei suoi immediati vicini.

Finora, la città come luogo narrante ha solo perso peso, come prima aveva fatto la campagna.

Oggi, un immaginario collettivo di enormi dimensioni ha reso il mondo intero un sistema user-friendly.

Bisogna dire che, la nostra comunità globale è, per dirla con Kant, ancora una comunità “estetica” e non “etica”: non bastano le icone a tenere uniti. Le stesse icone, talvolta, dividono brutalmente. Inoltre, alla condivisione di simboli non si accompagna quella condivisione di doveri reciproci che le comunità contadine e del centro urbano, avevano. E la possibilità d’uso dello spazio rappresenta ancora la principale divisione del pianeta tra ricchi e poveri.

Ma è indubbio che ci troviamo di fronte all’estensione di un campo d’azione che era molto ristretto in passato, e che è la causa del contrasto emergente con forme tradizionali di aggregazione e appartenenza.

Distinti saluti.

Antonio Nuzzi

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