Quando la Repubblica è un optional

« Caro Connazionale,
l’IIC, l’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, su richiesta dell’Ambasciata d’Italia sta cercando di fare un “censimento” degli artisti italiani nelle arti plastiche (pittura, scultura, fotografia ed altro) residenti in Portogallo. Se ne conoscete qualcuno vi prego di segnalarmelo, inviandomi anche il rispettivo contatto.
Colgo l’occasione per inviarvi di seguito l’informazione su un concerto promenade che si realizza domani alle ore 1800 nei giardini del Museo Romantico. Entrata libera.
Per chi non lo sapesse ancora, il Museo Romantico è dedicato al nostro Re Carlo Alberto di Savoia.
In attesa di vostre notizie,
cordiali saluti »
Gli italioti hanno un re. Ho capito. Lo scopro solo oggi.
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immettere titolo: Una Telefonata. Una BELLA Telefonata

Mi hanno risposto in modo molto professionale, un qualcosa del tipo si, vogliamo chiudere in fretta il discorso dei colloqui (di lavoro) perché abbiamo dei progetti da cominciare. Bene!!! lo studio lavora!!! (Già ve lo avevo detto che una volta mi hanno licenziato perché in studio non entravano più lavori, vero??? Ecco, bene. In questo posto, invece, pare che i lavori entrino). Qual è la sua disponibilità??? Da settembre totale. (Anzi, dai…la vuole sapere una cosa??? Le do pure un “issima”. Come: “totalissima”. Ehn??? Le è piaciuto il neologismo???). Sono un rispettato professore di Italiano, adesso, e non posso prendere impegni prima di settembre. (È un’altra storia, dopo ve la racconto). Ma lei dove abita??? (Dai su…) posso muovermi. Ci sono i mezzi di trasporto pubblici. Mi muovo con loro senza alcun problema. Allora gli dico: Porto!!!. Ah…perché…lo studio si trova lontano da Porto. A 40 km. Ok, penso io. E comincio anche a pensare ai treni e ad una vita da pendolare. (“Dai su, posso muovermi. Ci sono i mezzi di trasporto pubblici”. Che stupido. Adesso lo hai capito il perché di quel “dove abita”. Anche il treno è un mezzo di trasporto pubblico, vero??? Ci vado spesso al mercato. Riporto di quelle cernie…). Ha il GPS??? Chiaro che no. Mi muoverò in treno. Le va bene se ci vediamo alle…Nooo??? Non le va bene??? Ok, ma a me, però, va bene il SUO di orario. Allora la vengo a prendere in stazione. Si vada a controllare gli orari e mi sappia dire con precisione quando arriva. Ok. Gentile. Ah, una cosa: noi cerchiamo uno stagista. Lo stage necessario per l’iscrizione all’Ordine. È il mio caso. Anche io voglio iscrivermi. Ma (pure) questa è un’altra storia. Si però è uno stage non remunerato. Non so se lei è ancora interessato. (Stato di: cuore in gola). Be’…possiamo comunque parlare. Si, esatto!!! Possiamo comunque parlare!!!
Quindi, riassumendo: uno che vuole iscriversi all’Ordine degli Architetti lo deve fare (prevalentemente) lavorando gratis (o, per lo meno, con questo ordine di idee), diciamo un…..8 (AH! AH! AH! AH! AH! AH!)…8 ore al giorno, perdendo un anno della sua vita (ok, 9 mesi, una gestazione), ma deve avere comunque un bel conto in banca e magari un’auto col GPS per poter vivere di rendita durante questi 9 mesi.  Insomma, per l’Ordine val bene un Gratis.
Gentili.
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brasileirismo

È il DL n.º 31/2009 ed è quella cosa che permette solo agli architetti di firmare progetti di architettura. E gli ingegneri? Vabbè quelli si attaccano, dai su, di ingegneri ce n’è sempre bisogno, pure in Angola, non ci strappiamo i capelli per i calculistas adesso. Quelli fanno e firmano solo quelle cose che qua chiamano “specialità”. Ad ognuno il suo, insomma, ma per il Comune ci vuole la nostra firma, si signore, la firma di un Architetto. Aaaaaah, ma che bello!!! È in vigore da circa un anno.

Calculistas é brasileiro, ok.

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numero 3 casi

ACQUA, TANTA ACQUA – Leggevo un’intervista di Souto de Moura, l’altro giorno. Pare che il calciatore Cristiano Ronaldo, il personaggio più popolare assieme a Mourinho e al gruppo di comici chiamati Gatos Fedorentos (Gatti Puzzolenti), gli abbia chiesto il progetto di una Jacuzzi. La vasca delle bollicine e del piacere, secondo le intenzioni del Campione, sarebbe dovuta sorgere ai piedi del letto. “Questo non lo faccio” è stata la risposta. Dell’artista, oserei aggiungere.

E già, giusto. Ci sono delle cose che non si fanno. “L’arrivare”, ti permette di scegliere la propria clientela, ovvio. Ma è ancora strana, stranissima, quella sensazione mezzo agrodolce e mezzo disperata di voler bramare anche i progettucoli che gli “arrivati” scartano senza troppi problemi. Una vasca ai piedi del letto??? Una Jacuzzi? Eccomi, Cristiano! Sono qui per te! Per te e per il tuo Ego! O eghi, se preferite. Studiamo insieme le forma delle curve, i contorni morbidi della tua vasca, della tua nuova vasca. O li facciamo “retti”? Li preferite “retti”? Un giorno, una qualunque delle tue tante amanti dovrà esclamare: aaaaah!!! Questa è proprio la Jacuzzi di Cristiano Ronaldo!!!

DOLORE – Ricordo ancora quando, durante i primi mesi del mio ritorno a Porto, ebbi la fortuna di fare un colloquio di lavoro molto interessante. A quel tempo, ed eravamo già prima della crisi, “loro” erano capaci di chiamarti anche senza avere la necessità di un collaboratore in più. Erano semplicemente curiosi, “perditempo”, …volevano solo sapere chi eri e che tipo eri. Vederti in faccia e scoprire se sapevi parlare. Ecco, questo volevano. Poi, di lavoro, e soprattutto: di assunzione, se ne riparlava tra 3-4 mesi, FORSE, perché adesso erano a posto così.

Questo “collega” mi raccontava che aveva appena concluso due concorsi molto importanti ma che, per paura di un eccesso di lavoro (lo studio stava andando molto bene), sperava PROPRIO di non vincerli. Si trattava di un tipo dalla faccia simpatica, grassottella …come la mia, dall’aria affabile e dalla conversa piacevole. Però, e già allora rimuginai molti giorni sull’argomento, con che tipo di faccia si possono subire certi colpi allo stomaco senza dare l’aria di essere afflitti? Due concorsi? Ma si, speriamo di perderli. Speriamo di essere cacciati con disonore. Inibizione per eccesso di bruttezza concorsale. Un giorno potrò dire: le ho sentite tutte …tra le quali, anche quella dei 2 concorsi.

SVENIMENTO – Erano due bei giovanotti dall’aria pulita. Uno magro, con la testa grande, sembrava un alieno di Spielberg. L’altro, giovane come l’ET, con occhi color lupo-grigio e i capelli folti, lunghi e ricci, sembrava un rockettaro degli anni ’80. Più giovani di me e già con uno studio apparentemente “avviato”, anche se il perimetro di quelle quattro pareti non racchiudeva più di 9 m2. Due assi di legno e tre sedie erano la mobilia, assieme ad uno scaffale di metallo con qualche El Croquis …e per il resto completamente spoglio. Sulle pareti fioccavano gli A4 con dei progetti frutto di qualche concorso. A4 a colori, pensai, dettaglio non indifferente. Cercavano un collaboratore part-time. Eccolo, sperai io. Come al solito la conversazione stava andando per il verso giusto. D’altronde, i colloqui di lavoro sono sempre cordiali. È dopo, dopo il famoso ed indimenticabile “le faremo sapere” che i toni cambiano. I due erano dei cosiddetti bravi ragazzi privi di grilli. Lavoravano in altri studi per sostenere il loro. E adesso, cercavano qualcuno che potesse mandare avanti la baracca nei momenti delle loro assenze di lavoro. Avevano qualche cosuccia per le mani, qualche casa da realizzare, insomma …c’era fumo perché alla base ardeva un arrosticino.

“Bhè…noi, in questo momento, non siamo nelle condizioni di poter pagare”.

Cinque minuti dopo, respiravo finalmente ossigeno per vie portuensi.

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nemici d’Italia

No, no. Non è qualunquismo. Troppo comodo chiamarlo qualunquismo. Gli italiani “eruditi”, che sono andati a vivere all’estero per studiare o per trarre profitto dalle loro competenze curriculari (e lo hanno tratto!), sono prodotti seriali di uno stampino nostrano. Tutti criticoni, ovvio, come lo sono pure io. Ma questo è il minimo.

Perché nell’italico DNA deve essere contenuto il gene del tuttologismo, una robetta che rende i tricoloidi gli unici esseri al mondo specialisti di tutte le discipline umane. Esperti biblisti; novelli CT de noartri; politologi di lunga, media e cortissima data; giustiziofobi; ricostruzionisti storici e scientifici; periti del Diritto; desacralizzatori di Sindoni e di Corani; esperti in bilancio; esperti in calciomercato; esperti in bilancio del calciomercato; sapienti, pensatori e poeti in generale; mozzarellai; antipapi…eeeeee aivoja!!! Questa è di per sé solo la base, il bottino genetico che il popolo dello stivale si porta sul groppone già dai suoi primissimi vagiti.

Le distanze “fisiche” dall’ex Bel Paese sembrano però essere bollate tutte alla stessa maniera. L’italiano che ci guarda dal di fuori generalmente è una persona dottissima, perché non gli basta essere semplicemente “dotta”. Da bravo italiano vuole che gli vengano riconosciute anche le virtù di giustizia e bontà, ovviamente. Appartiene esclusivamente ad una classe politica molto ben definita, in virtù della quale considera miserevole qualunque cosa venga messa in atto dall’altra parte, A PRESCINDERE, anche se si trattasse di dare un bicchier d’acqua ad un moribondo. Dunque questo italiano rispecchia pienamente il clima politico del Paese. Sembra però che le nostre frontiere siano aperte solo per alcuni schieramenti, tanto che alcuni esterofili, in virtù del loro credo e della reggenza politica che vige oggi in Italia, potrebbero pure considerarsi dei rifugiati politici.

Una volta si parlava di Guelfi e Ghibellini, da sempre (2000 anni possono essere un “sempre”) il Vangelo ci parla del Bene e del Male…mettetela come volete ma la discussione, intesa come scambio di opinioni, è impossibile. Arriverà sempre il momento in cui l’una o l’altra parte bollerà il suo interlocutore di incompetenza, inadeguatezza, servilismo, menzogna. Insomma: tu non puoi parlare perché tanto sei di “quella campana”, onde per cui…

Onde per cui sei un frasifattario, un omuncolo, un chi più ne ha più ne metta (non posso essere troppo scurrile, qui, con voi). Tutto logico se ci si trova in territorio nazionale. Ma fuori, dove l’istinto tricolorico avrebbe dovuto riavvicinare i nostri sentimenti e ammorbidire gli attriti, è ancora peggio. L’offerta è poca, visto che “in giro” c’è solo la voce di una parte politica (e pure eruditissima). Il fenomeno è strano e non me lo so spiegare. A chi credeva nel pluralismo e nello scambio di idee, consiglio di rituffarsi nella lettura di Topolino.

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Civiltà-Italia 3 a 2

In Portogallo sono venuti a sapere che, nell’ex Bel Paese, se si attenta alla vita del Primo Ministro si ha la possibilità di farla franca con il semplice principio dell’infermità mentale. È bene che voi sappiate che nel paese in cui vivo ancora non si è seguito l’esempio: ancora non si è riusciti a sfondare il letto dell’abominio come accade in Italia. Se un marziano ci facesse una piccola radiografia non sarebbe mai capace di credere che siamo stati il paese dell’Umanesimo e del Rinascimento. Leonardo da Vinci, Michelangelo, San Francesco d’Assisi, Garibaldi,…ma veramente hanno calcato il suolo italiano? Addirittura ci hanno pure vissuto? Questi nostri padri non ci appartengono più. Siamo orfani ormai. E se pensiamo che all’estero non si siano accorti dell’amore “partitario” con il quale vengono dati certi “giudizi”, allora siamo pure ingenui. ANCHE questa è l’Italia, purtroppo. Ben peggiore di quella di Lippi.

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L’Anonimo

La quantità di materiale che c’era in quel dannato portfolio, che è la stessa dannata quantità di oggi, era troppo pesante per essere inviata a mezzo fax o a mezzo stampa o a mezzo e-mail o a mezzo dell’accidente che gli pigliasse. Tutte opere esclusivamente studentesche tra l’altro. E poi c’era l’immancabile CV, fresco fresco e vuoto vuoto …perché aveva seguito di poco la mia promozione a Dottore in Architettura. “In quel tempo” inviavo centinaia e centinaia di buste al giorno, di quelle foderate con le bollicine di plastica, quelle bollicine che di solito i bambini e gli adulti amano schiacciare. Che poi alla fine si dovrebbero chiamare PLICHI e non “buste”. Dentro trovavano posto un CD, un CV e una lettera di presentazione scritta con il più rispettoso dei formalismi. Passati alcuni giorni si provvedeva alle telefonate, per sapere se i plichi erano giunti a destinazione e per chiedere se era possibile fare un colloquio (dando quindi per scontato che “l’Architetto” si fosse già degnato di dare un’occhiata al materiale). Finché un giorno ebbi questo pensiero: kompagni, la misura è colma! E così, oltre alle lunghe file alle poste, decisi di fare anche delle belle passeggiate in giro per la città, per consegnare a mano i miei propri plichi. I plichi. Lividi. Li vidi lì, sì. Li vidi vividi. Chi? I plichi, vi dissi! Una mattina, dopo aver fatto la mia buona colazione al bar, decisi di bazzicare per il mio quartiere. Da troppi giorni andavo in giro per posti sconosciuti e poco belli di Porto. Oggi il postino Ed avrebbe consegnato lì e non più lontano di “lì”. Quella mattina, si sarebbe giocato “in casa”. Gli obiettivi erano stati segnati sulla mappa il giorno prima, con calma. Uno di questi era vicinissimo a casa mia, sulla via centrale del quartiere. Girovagavo con le mie buste nello zaino, pronte ad estrarle come un templare con la sua spada. C’era anche il timore di essere visto e riconosciuto dai miei nuovi vicini (la sindrome de “lo hai visto quello? Chi. Quello nuovo!”). Ad un certo punto la mappa mi disse di fermarmi di fronte alla porta vetrata di un condominio. Restai di sasso. Oibò, e mo’, mi dissi. Non è nuova l’abitudine di trasformare degli appartamenti in studi di architettura all’insaputa, forse, degli altri condomini. In uno che conosco la cucina e i bagni sono diventati gli archivi, con i grossi raccoglitori accatastati sul forno o dentro i lavandini. Ma quello sembrava un condominio vero, senza inganni. Ebbi la fortuna di beccare la donna di servizio, che mi lasciò la porta aperta dopo essere entrata. In Portogallo non sempre compaiono i nomi sulle cassette delle lettere. Quasi mai. Alle volte c’è il numero del piano, quello della porta c’è sempre (ovviamente) …e poi ti dicono se l’appartamento è rivolto sul fronte del palazzo, sul verso, oppure sul lato destro, centro destro, piano terra e così via. Stetti per infilare la mia busta dentro una cassetta, quando chiesi alla donna se lì c’era o non c’era un architetto, in particolare il “Tal dei Tali”. Venni a sapere che c’era, che quella era in pratica l’abitazione, che lui era in società con un nipote (se non ricordo male) e nulla più.

Venne la sera ed in casa riuscii ad ottenere una piccola vittoria. La mia socia aveva convenuto con me: sarebbe toccato a lei fare la cena. Nel mentre che aspettavo, facendo di guardia al televisore dall’alto del divano, improvvisamente, senza preavviso alcuno, sentimmo squillare il telefono. Ci fu una seconda “convenzione”: sarebbe stata la mia socia a rispondere. Al televisore sembrava che stesse per succedere qualcosa da un momento all’altro e io dovevo tenerlo sott’occhio, visto che lei si era rifiutata di avere un cane da guardia in casa. Ne sostengo già uno, mi disse una volta.

“Vogliono il Signor Architetto!”. Secondo Oibò.

Era “Tal dei Tali”, del condominio. Una voce anziana ma eccitata. Mi ringraziava per avergli portato il materiale e si scusava perché, per motivi di salute, già non esercitava più. Di conseguenza non avrebbe potuto accogliere le mie richieste: non ci sarebbero stati colloqui di lavoro né primi giorni di lavoro né primi giorni di stipendio di lavoro e così via. Sembrava eccitato dall’idea che un architetto “italiano” si fosse ricordato di lui ma la cosa che ricordo con più piacere furono gli auguri.

Le auguro di avere successo nell’arte che più amiamo, l’Architettura, …o qualcosa del genere.

Per una volta, ero stato trattato come un collega.

L’Esame di Stato, però, lo superai solo un mesetto dopo.

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TRACCE

Azinhaga, il sito ufficiale del Comune: http://www.jfazinhaga.com/

Saramago “blogger”: http://blog.josesaramago.org/#

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Ed, piacere…(3/3)

UNO DI TRE – “Era da tempo malato”. Di solito si dice così. Ed infatti alla notizia della morte ho provato a ripercorrere le strade della mia memoria. Effettivamente mi pare di ricordare qualche annuncio inquietante, datato un bel po’ di tempo fa: Saramago in ospedale; Saramago è uscito dall’ospedale; Saramago? Ieri, la peggiore delle novità. Ad Azinhaga, il paesello natale, i parenti ci parlano di turisti spagnoli che vengono lì e fotografano l’antica casa d’infanzia e la statua che lo raffigura, da lui stesso inaugurata ma mai voluta. “Ha fatto bene a restare a Lanzarote (Spagna), qui (Portogallo) lo hanno trattato male” dice una nonnina. Ci lascia il Rui Costa della letteratura portoghese, nel bel mezzo dell’orgia mediatica del Mondiale Sudafricano. E due giorni di lutto nazionale sono stati inaugurati dal governo Socrates. Mi ricordo di aver cominciato a leggere qualcosa durante un’estate. C’era una persona che me lo nominava sempre e allora decisi di approfittare delle lunghe e afose estati padane per investigare il soggetto. Il primo libro fu una raccolta di racconti che aveva già pubblicato all’inizio della sua carriera. Una edizione solo per l’Italia. Grazie! Venne poi uno dei polpettoni storici: Cecità. Una storia crudissima e quasi indigeribile che però riuscì a lasciarmi incollato alle pagine fino all’ultima virgola benché mi avessero già raccontato il finale. Se non ricordo male, venne poi Viaggio in Portogallo. Imperdibile. Non potevo non acquistarlo: dovevo verificare se le sensazioni che provavo di fronte alla territorialità lusa erano le stesse del Grande Saramago. Dovevo inoltre controllare se c’erano dei luoghi di Porto che mi erano rimasti sconosciuti o se c’era la possibilità di rivederne alcuni sotto una nuova ottica. Di questa enciclopedia del territorio portoghese ho letto solo la parte che parla della città invicta. Mi aspettano dunque altre letture e altri viaggi, per poter verificare “in loco” le visioni dell’autore. Per capirci, mi piacerebbe essere un Heinrich Schliemann saramaghiano. (Mmmmm, buona citazione). Rimane invece negli scaffali di questa casa portuense l’unico testo in lingua portoghese: Le piccole memorie. In attesa di essere sfogliato almeno una volta.

DUE DI TRE – Ma l’incontro numero UNO avvenne prima dei libri. Avvenne durante l’Erasmus. Nel corso di una memorabile conferenza Álvaro Siza e José Saramago parlarono del loro rapporto con la religione. Si passava dalla chiesa di Marco de Canaveses al Memoriale del Convento deviando per Il Vangelo Secondo Gesù Cristo. Era un’aula ampissima e ad un certo punto un signore di una certa età, seduto qualche metro più avanti, non troppo alto, obeso e calvo, chiese a Siza se fosse stata la Bontà Divina ad illuminarlo. E “quello”, umilmente, gli rispose un qualcosa del tipo: non proprio. Tra gli invitati al dibattito c’era anche una famosa e gentile pittrice e a memoria mi pare di ricordare anche un prelato. La religione come fonte d’ispirazione o come fonte di ispirazione per parlarne non troppo bene? Marzulliani dubbi. Con l’abilità che gli fu sempre riconosciuta, Saramago riuscì a scaturire stati di buon umore generalizzati. Quando cominciò a parlarci della (SUA) religione cattolica appresi che tutto ciò che avevo imparato nei lontani anni del catechismo era solo oppio per affabili tontoloni. Ma vi pare normale il voler passare la vita intera bramando di trascorrere l’ETERNITÀ di fronte ad un Tizio? Con l’unico scopo di contemplarlo e di dirgli: ma quanto sei bello! Oh mio Dio ma quanto sei bello! Ma quanto sei bello e bravo!…??? In quel tempo io non avevo capito quanto Saramago fosse “in là” col suo pensiero. Negli anni compresi. Egli sosteneva che ad auto-condannare il credo dell’Uomo di Nazareth erano i testi sacri cristiani e i concetti espressi dal cattolicesimo stesso. “In quel tempo”, (che non è quello di Cesare Augusto e del suo censimento in tutta la Galilea, secondo l’Editto), in quel tempo io ero molto meno “rigido”, meno ciccione e più spensierato. Ero andato a quella conferenza assieme ai miei compagni di casa, tutti Erasmus di architettura. C’era la voglia di star bene nel sentire una conferenza interessante. Addirittura all’uscita trovai in mezzo alla ghiaia un azulejo bianco di circa 1cmq che ancora oggi custodisco gelosissimamente. E Saramago mi sembrava solo un uomo di parte, come un “benfiquista” che parlava male del Porto.

TRE DI TRE – Le parole del segretario generale del Partito Comunista Portoghese sono state chiare. “Saramago era iscritto al PCP dal…eccettera, eccetera, …eccetera”. Largo spazio alla sua militanza rossa, dunque, che gli costa e gli costò l’accusa di un non casuale silenzio sui gulag dei “compagni che sbagliano”. Vennero gli anni dei sussulti controllati: a lunghissime epoche di silenzio si alternavano shock puntuali sulle coscienze lusitane (e non). Venne il momento in cui lui propose l’annessione del Portogallo alla Spagna, in veste di nuova provincia autoctona. Un atto che avrebbe finalmente restituito l’Iberia ai suoi abitanti, uno nuovo Stato che (ri)fraternizzava il popolo della penisola. Ovviamente l’idea ebbe un successo strepitoso qui in Portogallo (anche se non se ne parlò molto). Ma mentre Saramago ne faceva un discorso che partiva esclusivamente da basi CULTURALI (una razza, una panza), il popolo luso puntava direttamente al PORTAFOGLI. Entrare nell’Iberia, che non era altro che la Spagna con una provincia in più, significava diventare ricchi e prosperi come loro, i “cugini”: mai più poveri in canna grazie ad un matrimonio combinato con “quelli ricchi”. A poco valsero le parole di qualche politico della ricca Catalogna: per esperienza personale, loro lo sconsigliavano un matrimonio di questo genere. E venne poi Caino, l’ultima fatica. E con lui tutta una serie di polemiche, le ultime. Vennero i dibattiti televisivi e in uno di questi Saramago sfidò gli “ufficiali”di Dio ad un confronto dialettico con lui. Nessuno si presentò. Caino era l’ennesima pistola fumante: l’evidenza dell’abominio di una religione per mezzo dello studio dei propri testi sacri. Questa volta l’obbiettivo era più in generale Dio: cattolici e giudei erano i chiamati in causa per il fatto di non aver capito cosa stessero leggendo da una vita. Non si riusciva a fargli comprendere che la SUA era solo un’INTERPRETAZIONE PERSONALE.

FINALE – L’altro giorno, la brutta notizia. Ci ha lasciato. L’età, la malattia, la povertà materica dei nostri involucri carnosi, insomma il Tempo, la Vita, Dio o chi per lui ce ne ha portato via un altro. Per quel che mi riguarda: ARRIVEDERCI, compagno Saramago.

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Ekel

Giornata di lutto per lo Sport Italiano. Bella figura che c’abbiamo fatto di fronte al Mondo. Sono finiti i tempi in cui ci si poteva augurare che vincesse il migliore. I portoghesi non possono capire, accecati dall’amor per la bandiera. Ma noi, che siamo vittime, ce ne rendiamo ben conto. Geduld. Si volta pagina.

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