ritratti di siza

Ritratti di Siza (PARTE 1)

Stavo ritornando bello contento dall’Arquicoro, dopo una buona cantata ricca di soddisfazioni, quando, in prossimità dell’entrata della Faculdade de Letras, il mio ginocchio destro, lato esterno, urta di prepotenza il paracarro di una sprovveduta Golf che si accingeva a passare tutta innocente le strisce pedonali. Per fortuna la Golf non si è fatta niente. Io invece mi sono passato una bella notte in ospedale. E…no, non ero ubriaco.

Questo potrebbe essere lo spunto per parlare dell’architettura degli ospedali o dei “pronto soccorso” portoghesi ma la verità è che ho poco da dire. Posso solo consigliare a tutti di cercare di stare attenti anche alle strisce pedonali: uno allenta per un attimo la tensione perchè pensa di stare al sicuro e…boom!

Nel frattempo mi sono messo a leggere un libro su Siza. Ho una specie di convulsione nel comprare libri e riviste di architettura che mi sono state utilissime quando ero sotto esami ma che quando non sono preso da impegni (o non mi faccio prendere da loro anche se ce ne fossero) rimangono lì in bella mostra come una monumentale libreria di architettura. Ebbene, questo periodo mi sarà utile per rinfrescare alcune conoscenze. Tipo quelle di Siza, appunto. Sto leggendo un libro di un giornalista che ha fatto una raccolta delle interveste rilasciategli dal maestro di Matosinhos nel corso di alcuni anni. Penso che sia stata una operazione commerciale come quelle che si vedono in campo musicale del tipo: un bel great hits ogni x album.

In questo libro c’è un prologo in cui si racconta in forma molto romanzata la vita del giovane Álvaro. Romanzata perchè Álvaro assume l’aspetto di un piccolo eroe dei fumetti, dove i suoi sentimenti e i suoi pensieri vengono “supposti” invece di essere espressi direttamente dalla voce dell’architetto di Matosinhos. Oltre al romanzo ci viene però anche spiegato come nasce Siza e cioè non il segreto di come lui sia diventato un grande bensì una serie di fattori diciamo cosi “fertili”. Per esempio ci viene spiegato come ai tempi del giovane Álvaro in Portogallo, paese soffocato dalla dittatura salazarista, c’erano ottimi professori, c’era qualche buon architetto che al momento costituiva “la referenza”, ma mancavano di fatto tutti gli architetti, gente che lavorasse, cioè che mettesse in pratica questi ottimi insegnamenti e queste suggestioni delle “referenze”. C’era bisogno di architettura e gli architetti erano pochi…e Siza era giovane, il più bravo tra i giovani ed era anche appoggiato dal migliore maestro del tempo, nella facoltà di una città dove era molto più rumorosa la resistenza al regime rispetto che a Lisbona. Insomma, come si dice nel futebol: bravo e fortunato.

Dal libro, che io consiglio vivamente di leggere a tutti coloro che come me si trovano in terra lusa (perché non credo sia pubblicato anche in Italia), ho estrapolato alcuni pensieri di Siza che io mi permetto di interpretare (anche in Italia ci sono un po’ dappertutto pubblicazioni di interviste di Siza, perché al velhote piace discutere di architettura. Approfittatene…).

Sulla paura. Siza constata la presenza di una eccessiva paura per gli spazi vuoti nella società civile, soprattutto se enormi. Questa paura viene controbilanciata, sempre “eccessivamente”, dalla filosofia del riempimento degli spazi vuoti e enormi con tutto un complesso di “animazioni”, di imputs suggestivi che eccitino la nostra mente e i nostri sensi. La morale è nel mezzo (come sempre si ama dire di fronte al caso di due eccessi opposti)…e cioè nel riconoscere la necessità, per alcuni spazi, di una certa pace. Ci vogliono limiti e misure per tutto perché non è detto che tutto debba essere animato, oppure non a tutte le ore del giorno…o non solo nelle ore notturne. A tal proposito vengono citate tutte quelle iniziative che tentano disperatamente di portare le folle in piazza per feste, festine, fiere, festival e affini… . Sembra che alla società di oggi quello che incomodi di più sia il silenzio, anche se ce ne fosse solo un po’. Sembra non ci siano limiti di sopportazione contro il grande incomodo che il silenzio produce.

Su alcune soluzioni progettuali. Nel caso di un progetto per un complesso immobiliare nel bairro di Alcantara, a Lisbona, in prossimità dell’antico ponte 25 de Abril, su una superficie abbastanza vasta con un indice di costruzione molto maggiore rispetto all’area di progetto, Siza decide di elevare tre torri di 30 piani ciascuna. Invece di occupare l’intera superficie del lotto con una piattaforma estrusa di circa 8 piani, l’idea è quella di liberare una certa quantità di spazio del terreno,…spazio che potrà essere utilizzato per arieggiare il lotto e creare quei vuoti di cui non si deve aver paura. Tra l’altro si dà vita ad una relazione “altimetrica” tra gli edifici e quel colosso che è il 25 de Abril. Ed inoltre anche le vie di circolazione dell’intorno si potranno allargare, arieggiare, sfruttando la maggiore disponibilità di spazio. Niente. Progetto bocciato, soprattutto per incapacità dell’immobiliare di sopportare le critiche del momento. Però secondo me l’idea era geniale. Era un po’ la dimostrazione, per coloro che non hanno fatto studi “architettonici”, di come una massa di 30 piani può essere meno invasiva di una di 8.

Per noi architetti e studenti. Di solito non si arriva subito a centrare la soluzione progettuale esatta, corretta, giusta. Non si riesce a centrare subito l’obbiettivo, o per lo meno si ha difficoltà a centrarlo subito, al primo colpo. E allora è utile trovare un punto di riferimento, soprattutto se il contesto ne dovesse offrire qualcuno, come è accaduto a Siza quando è stato coinvolto in un processo di ri-urbanizzazione della Avenida da Ponte, che prende forma, idealmente, dalla ricostruzione della torre della “Casa dei 24”. Un progetto di Távora.

Siza e Gehry. Per quanto qualcuno possa risultarne scioccato, Siza e Gehry sono grandi amici. O per lo meno grandi ammiratori l’uno dell’altro. Questo perché, a detta di Álvaro, nel vecchio Frank si può riscontrare la stessa essenza di Gaudì. Gaudì…che, con la sua Sagrada Famiglia, fu il primo ispiratore del giovane Álvaro: guardando la Sagrada il ragaz
zo di Matosinhos capì che anche l’architettura, in fondo in fondo, non era poi così male. Lui voleva fare lo scultore…

La pratica del disegno. Il disegno per Siza ha una doppia valenza. È lo strumento che lui usa in cantiere, per risolvere quei problemi che nascono solo sul posto, quando prendono forma i suoi amati spazi; ma è anche il suo passatempo preferito, il mezzo con il quale dare riposo alla mente…c’è chi suona la chitarra, chi si fuma una bella sigaretta, lui disegna. Ma lui ci tiene a sottolineare l’importanza del disegno non solo prima, nella fase di formulazione delle prime idee di progetto, ma anche durante e dopo, quando problemi di tutti i tipi devono essere risolti, e bene, e la soluzione deve essere comunicata velocemente, con un modo diretto e efficace.

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2 risposte a ritratti di siza

  1. eleonora scrive:

    sorpresina!!!!!
    Ciao Edghy!!!!!!! Come stai?????? Ma che diavolo ci combini????
    La Vale mi ha appena dato il tuo indirizzo e appunto mi diceva che sei a letto!!!!!!

    E’ da un sacco che non ci sentiamo!!!

    Io sto bene. Penso che tu lo sappia: io e Dario ci siamo sposati 2 anni fa. Ora abitiamo a Bastia di Rovolon, vicino ai Colli Euganei. Siamo in un appartamentino…..si sta bene lì, è un paesetto tranquillo e molto festoso….fanno sempre sagre.

    La Elena ci ha fatto 2 volte zii!!!!!!!! Annalisa di 3 anni e Francesco di 6 mesi.

    Io lavoro sempre nello stesso studio dove facciamo progettazione ambientale e io mi occupo soprattutto di piste da sci e impianti di risalita.

    Ma, raccontami tu qualcosa!

    A presto!

    La solita Leo (porseo)

  2. ED, il moderatore di questo archiblog "portuense" scrive:

    Pere “horanjiche”…ma io ho ancora fiducia
    Ha proprio ragione Sacchi, troppe volte demenzialmente vituperato dal popolo italico: quando non siamo toccati nell’orgoglio, quando non ci troviamo faccia a faccia con il mondo per giustificare gli scandali già da troppo tempo stra-noti ai nostri politici, giornalisti, media e coscienze varie ed eventuali auto-assopite,…ebbene senza queste condizioni non riusciamo a trovare la voglia di scendere in campo per dare NOI tre pere all’Olanda. Ed invece, adesso, alla “squadra azzurra” toccheranno tre giorni indigesti nel tentativo di dissimulare il sapore amaro di una pera al giorno. O di un’arancia, se preferite. Una eccellente Olanda umilia una mediocrissima Italia.
    E via, adesso, con le critiche al CT. Come se, leggendo la formazione pochi secondi prima dell’inizio della gara, fosse facilissimamente intuibile un 3-0 per gli olandesi volanti.
    Io spero che questo schiaffo ci porti a salire lassù, alla finale, un po’ come lo schiaffo di USA ’94: una brutta partenza contro gli irlandesi volanti e una strameritata cavalcata fino a Pasadena (Era Pasadena?). Ed è ovvio che il finale me lo immagino diverso.

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