triste e nuova

Me lo avevano detto, prima di partire. A Porto piove, un anno sì…un anno no. Per me si trattava di una statistica allucinante. Avrei dovuto passare solo un anno di studi nella capitale nortenha e mi sarei beccato il tempo che c’era da beccare, senza possibilità di appello.
Invece mi andò bene, anche se qualche goccia d’acqua la dovetti pur subire. Da allora il tempo è rimasto sempre lo stesso. Sempre con la sua solita incertezza, mentre la città è cambiata irreparabilmente. Era già in fase di mutazione quando arrivai io, nell’anno della sua reggenza a Capitale Europea della Cultura.
Il classico cantiere a cielo aperto, con la Casa da Música di OMA, la metropolitana e un paio di parcheggi sotterranei nel centro storico che la facevano da padrone. Oggi, nel cuore delle arterie storiche della città, si abbattano gli edifici più antichi, quelli che riconoscevano a Porto il peso dei suoi anni e della sua Storia, per far spazio alle solite boiate antisettiche dell’architettura contemporanea portoghese.
Da un lato lo si capisce: lo stato di degrado ha trasformato le glorie del passato in degli involucri completamente vuoti. Sono le scenografie in pietra di un palco gigantesco.
Dall’altra parte, però, la loro scomparsa, anche solo di una porzioncina, una “fettina”, allontana sempre di più la città dal suo Passato. E lasciare il Passato è un po’ come abbandonare un vecchio.

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