Il bar sotto casa

Tutti abbiamo un bar sotto casa, il bar dell’angolo, il primo punto di riferimento mattutino, senza il quale non si può cominciare la giornata.

Ovviamente qui a Madrid, che ha più bar che tutta Norvegia, i bar sotto casa sono vari, anche se non sto in pieno centro: posso vantare nel raggio di 50 metri dal portale di 3 bar dell’angolo, 2 pub, 3 caffetterie, 2 bar-tavola calda e…lui (esso, il luogo, l’antro, il covo…): parlo del bar sotto del mio edificio. Chi avesse la possibilità di entrarci, per errore o per scelta, gli consiglio di fare marcia indietro, di non farlo. Il nome ora mi sfugge, penso di non esser mai riuscito a leggerlo Si tratta di un posticino grande più o meno 10 m2, gestito da due curiosi signori dallo sguardo cupo e buio e diffidente. Il bar consta di 2 tavoli e 8 sedie interni, ma l’affluenza aumenta del 25% grazie ai due sgabelli esterni che genialmente funzionano come sedia per clienti, fermaporta e testimoniano l’apertura del locale.

La cosa curiosa del locale è senza dubbio l’odore, acre, sporco, carico, fumoso, denso, schifoso ed assolutamente letale (ne sono sicuro). All’aprire la vecchia porta di ferro e vetro si entra; se non si sviene subito ci si può rendere conto che gli avventori normali, e i proprietari ti stanno già guardando con occhio bieco, come se gli stessi entrando in casa. Sono tipi curiosi i camerieri: entrambi hanno sui 50-60 anni, uno l’occhio bieco ce l’ha sempre, anche quando sorride, l’altro deve avere un leggero tic che gli salta fuori quando parla con ragazze, e che non gli permette alzare lo sguardo sopra il petto delle imbarazzate avventrici.

I clienti poi devono essere dei super-uomini: ovviamente sono sempre gli stessi, sempre; colazione pranzo cena aperitivi merende…sempre lì, spesso nella stessa posizione e vivono di quegli odori di quell’atmosfera molto personale, forse ancora non sanno della caduta di Franco, non si saranno resi conto della crisi, del 23 febbraio…forse tutto questo non lo sanno: perché nessuno si è mai preso il rischio di entrare a dirglielo.

E fumano. Nel bar sotto casa si deve fumare, penso che ci sia un regolamento interno che ti obbliga a farlo, non sei degno di essere servito se non hai una sigaretta accesa, possibilmente di tabacco nero. E forse per quello ti guardano male.

Appesi alle pareti ci sono varie gambe di prosciutto (il fantastico jamon serrano, iberico), cosa abituale qui in Spagna. Il fatto è che quelle gambe sembrano dei trofei, immobili e imponenti sopra le teste fumose delle persone. Non penso che si potranno mai mangiare, a meno che non si stia provando una nuova versione di affumicamento artigianale a base di “rubios”.

Non ho mai visto i proprietari ridere in quel bar, i clienti sì, soprattutto dalle 10 di ogni sera, quando il vermuth è già sceso che è un piacere.

E’ curioso il bar sotto casa, ci entrai un paio di volte e mi sembrava realmente di accedere a un territorio sconosciuto, in una dimensione che non mi apparteneva. Quelle persone vivevano in quei pochi metri quadrati una vita diversa da quella del resto della città, della Madrid che corre e non si ferma.

Esagerando, ho descritto un elemento tipico della Spagna e della sua capitale; la vita si sviluppa attorno a un bar; non piacciono i locali aperti (o piacciono meno); piace molto l’antro, il chiudersi in un una realtà intima ed estranea a tutto: c’è un salto forte fra interno ed esterno: non si può capire questa città senza considerare che la Madrid della strada è completamente differente dalla Madrid de “los garitos” in cui appena si può ci si rifugia. Si vive meno la piazza, la strada, molto di più il locale.

Ma forse ogni bar, in ogni parte del mondo è così.

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Diatribe

Appena tornato fresco fresco da un viaggio in Italia. “Natale con i tuoi…che se no si incazzano”. Son contento di passare lì a casa mia le vacanze, ma come sempre mi trovo a dover essere una trottola, su e giù per i dintorni, a vedere persone care…

Parlando con un amico che si trova in una situazione simile alla mia si è detta questa frase: “…è come vivere due vite.”, in cui l’aereo fa da filtro fra un “Luca” e l’altro. Il fatto più strano è che in questa doppia vita il tornare in Italia è paragonabile al riprendere un cammino lasciato stare 3 anni fa, un salto non solo spaziale, ma anche temporale.

Negli spostamenti (numerosi) in treno durante queste vacanze natalizie (buonannoatutti) mi sono chiesto dove sto; ovviamente non ne capivo niente…sono più in Spagna o sono maggiormente presente in Italia? La via da seguire è quella spagnola o no? Da che parte sto? Dove meglio mi rappresento? Un dubbio, una diatriba, un pensiero difficile da prendere, paragonabile ai grandi quesiti come quale fosse la differenza fra un banjo e un mandolino, se si mangia meglio in Italia o Spagna, se è meglio il succo alla pera o alla pesca, se la terra si scalda o si raffredda o la differenza fra coreani e giapponesi.

Perso in questi quesiti un po’ assurdi e spesso senza conclusione certa mi sono preso i miei tempi…ho preferito godere degli incontri, delle parole, dei biondi sguardi e incerti sorrisi, delle risate e delle battute conosciute…tutto ciò che a me permette ricaricare le pile come niente altro al mondo…se poi ci aggiungiamo un inizio d’anno speciale al suono di “Festival” dei Sigur Ros, allora il ritorno a casa ha meritato una lode.

Il resto poi si vedrà, si deciderà.

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la balaustra

Oggi piove: una classica giornata che svegli e dici ” ma chi me lo fa fare di alzarmi” e invece oggi proprio oggi mi sono alzato ben presto per stampare un biglietto, prendere un caffé (decente, alla fine forse l’ho trovato), e andare di corsa in stazione. La stazione di chamartin che quando la vidi in un viaggio molti anni fa mi sembrava incredibile, ora mi sembra abbandonata. Se qui a Madrid pioveva e facevano 10 gradi, al mio destino c’erano 5 gradi e un diluvio che manco Noé…ero arrivato puntuale ad Avila.

Nel mio periodo di disoccupazione mi muovo e come detto in altri post, ne aproffitto per fare quello che mi piace.

In Spagna l’edificio antico ce l’hanno un po’ sul gozzo, non gli va giù, il moderno piace molto di più; se qualcosa ha più di 100 anni allora già quasi subito si pensa a rifarla con degli interventi spesso discutibili.

Per fortuna anche qui ci sono professionisti che si dedicano al restauro e per fortuna (perdon per la rindondanza) ne ho trovato uno che è disposto ad accompagnarlo nei suoi cantieri. E così ogni tanto mi trovo dentro ad un palazzo in stato pietoso, tutto da scoprire, da analizzare e da fare star su. Le vibrazioni positive sono incredibili nel vedere quei tre mattoni che sudano storia, che sotto ce n’hanno altrettanti di 100 anni prima, con testimonianze evolutive incredibili, che perderle sarebbe un dispiacere. Sto scoprendo poco a poco come lavora un equipe di specialisti che cercano, finalmente di fare le cose per bene.Oggi per esempio mi sono trovato nel mezzo di una discussione sul perché sotto, dentro una muratura del ’700 ci fosse niente meno che una balaustra in legno, magari del ’600. E quella balaustrina decide, è un elemento che condizionerà e cambierà l’idea di progetto, di un progetto già fatto e consegnato. Ma la fretta non c’è, e nemmeno la mania del guadagno su quel cantiere. Si mettono freni e si ragiona. Questo secondo me è fare architettura, ragionare sulle cose, ogni minimo elemento esistente, ogni voce, qualsiasi testimonianza contribuisce al prodotto finale.

Probabilmente sono seghe mentali, ma almeno si ha la garanzia che il risultato finale non sarà risultato di un gesto, di un’imposizione dell’onniscente architetto, ma il frutto di un ragionamento.

Per me tutto questo è oro colato, è quello che ho studiato, quello che più o meno voglio fare, perché se essere “architetto” significa imporre un concetto, una idea, allora andrei a fare il pubblicitario, il venditore.

Un post su una balaustra di legno? Beh sì, perché secondo me quel pezzo di legno nascosto per anni è un simbolo di un modo di ragionare.

esempio di una visita

Al ritorno la temperatura si era addirittura abbassata.

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una risposta

Oggi vorrei finalmente dare un minimo una risposta a tutti quelli che mi hanno più volte chiesto consigli, suggerimenti e dritte sulla Spagna, sul lavoro, sull’architettura, e su come sia vivere in Spagna. “Meglio Madrid? Meglio Barcelona? Meglio la pampa o meglio la montagna?”

Mi sono sempre un po’ trattenuto dal rispondere a tutte queste richieste, non penso di avere nessuna capacità di dare consigli del genere, soprattutto senza conoscere il mio interlocutore. La mia esperienza poi è totalmente differente da qualsiasi altra di ogni altra persona. Partii con un laurea, con dei motivi concreti e confusi, ma partii, mi lanciai…penso che in queste cose il segreto sia buttarsi, chiudere gli occhi e saltare da quel trampolino che sembra altissimo, ma in fondo c’è sempre l’acqua. Non dipende da dove salti, bensì che tipo di salto fai. Cosa voglio dire con questo? Semplicemente che la motivazione ognuno la deve tenere dentro, e se non ce l’ha allora forse è meglio aspettare.

Quando si cambia di città per lavorare devi partire con un carico di energie che unicamente ti permettono di superare le innumerevoli difficoltà di ambientamento. Forse la mia esperienza non è neanche esemplare, senz’altro atipica per i motivi che mi hanno spinto a scegliere il luogo dove mi recai.

Devo dire che finalmente, dopo un paio d’anni di “ambientamento” ora finalmente inizio a sentirmi più comodo e stare più a gusto, proprio ora che probabilmente dovrò far valigie fra alcuni mesi.

Mi spiego:

Come ho detto nell’ultimo post, e come saprete qui in Spagna non c’è lavoro manco cercandolo con la lanterna. E io mi ci sono trovato dentro in pieno. Ora per fortuna ho il tempo di concentrarmi sulle cose che mi interessano, e mi sto concentrando in un settore dell’architettura che qui in Spagna vedono un po’ male: il restauro. Sto poco a poco inserendomi in un mondo per cui mi sono formato; le coincidenze mi hanno fatto iniziare questa esperienza in terra iberica, non proprio la più adatta. Qui il vecchio ha un valore relativo: ci si trova, almeno nelle grandi città, in un processo di continuo rinnovamento e solo pochi professionisti provano a lavorare con le mie tanto amate rovine.

Ormai da un mesetto accompagno uno dei pochi architetti della capitale specializzato in restauro (addirittura conservativo) nei cantieri che segue ad Avila, antica città cattedralizia tanto bella quanto perfettina.

Ecco sto imparando di più nelle mezze giornate ascoltando i discorsi e le incazzature con i muratori, che in mesi ascoltando un altro grado di “professionisti”. Tutto questo finché lo stato spagnolo non si stancherà di somministrarmi “el paro”.

E Poi?

Poi apetteròl’entusiasmo per lanciarmi in altre avventure, ma solo quando sentirò Questa avventura completa.

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il tema serio

Vorrei parlare oggi di un tema serio…

In che situazione si trova la Spagna in questo 2008. Come è possibile che un paese europeo passi da una situazione di crescita enorme a una situazione di quasi recessione in appena 3-4 mesi.

Sono arrivato qui a Madrid lo scorso settembre, circa un anno fa, e come ho già potuto dire le offerte di lavoro piovevano, volavano, arrivavano andavano e tutti gli architetti europei che volessero si potevano inserire qui con una facilità incredibile.

Più di una volta mi ero chiesto e informato da cosa dipendesse sta situazione, causa della presenza di molti architetti italiani nelle città iberiche. Alcuni mi dicevano per l’investimento di molti stranieri nel paese, altri per i fondi europei investiti nella costruzione e nelle grandi opere, altri per i mutui con interessi molto bassi.

Fatto sta che era quasi moda comprare casa; alcuni per viverci, altri per speculare. Una situazione che ha creato molti servizi come infrastrutture degni di nota, ma soprattutto si è investito moltissimo nella edificazione di nuove residenze. Tutti compravano e tutti volevano comprare. Si erano rapidamente instaurati meccanismi che permettevano di arricchirsi con gli edifici. Io non ne capisco niente di ste cose, ma deve essere così…si comprava il terreno per pochi soldi (i comuni ne guadagnavano un sacco) si costruiva tutto quello che ci poteva stare e in 3 anni si avevano una serie di casette che la gente moriva dalla voglia di prendere, visto che era facile avere un mutuo. Era una pacchia per tutti: costruttori, imprenditori, architetti, comuni, stato, e perfino di coloro che si trovavano una casa che sembrava facile da pagare. MA…di colpo ecco che la per motivi particolari (questi non li ho capiti) sono aumentati i mutui, e se la gente non può più comprare allora cade il castello.

Questa situazione sembra essere scoppiata nello scorso gennaio che di colpo si parla di “crisis”. E si nota.

Purtroppo questa situazione cambia gli orizzonti per molti, e basta vedere le offerte di lavoro che si sono ridotte al minimo rispetto a un anno fa.

C’è da dire anche un’altra cosa, una differenza basica nel modo di essere spagnolo rispetto all’essere italiano.

Lo spagnolo è molto più “civico” si affida molto di più alle istituzioni rispetto a un italiano. Noi si è più individualisti…qui da quando si iniziò a percepire l’inceppo della macchina generale che stava arricchendo il paese allora è sopraggiunta la paura. Penso che se la crisi percepita si potesse valorare su una scala di 100, la componente di paura della gente contribuisce del 30. Non so bene spiegare il perché ma è una percezione che si sente. Noi in Italia forse ci siamo abituati (vedi il tipo di offerte di lavoro per giovani architetti) e si prova comunque ad arrangiarsi in qualche modo.

Qui il tutto funzionava così bene che tutti ci godevano, ora qualcosa si è inceppato, e mi sembra che la gente si sente un po’ persa.

Forse sto un po’ esagerando, ma penso sia un buon punto di discussione…da cosa nasce una crisi? Che meccanismi si instaura nella gente? E come reagisce la gente di ogni nazionalità?

Giuro che nel prossimo post sarò più leggero. E magari anche più celere a scriverlo.

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…e quella che guarda e si nasconde

E se le città fossero persone?

Non so perché pensando a questo paragone mi vengono in mente solo tipi di donne.

Prendiamo Venezia, città dove ho vissuto per molti anni. Ci penso e mi immagino a una signora anziana, di quelle con l’occhio stanco, ma ancora sveglio, di quelle che si ostinano a non prendere il bastone per camminare, si impunta per continuare ad uscire anche se ormai fa molta fatica a muoversi. Una signora che ha passato moltissime vicissitudini, ma nonostante i mille dissidi interni è sempre rimasta fedele ai sé. Venezia è una anziana che si adatta.

E poi? Vicenza. Vicenza ha 35-40 anni. Quando va in giro si mette il pelo al collo d’inverno e gli occhiali da sole in estate. Una donna che si tratta bene, forse poco flessibile ma con le idee ben chiare. Quell’interesse per l’arte che ti fa stare tranquilla e voglia di fare cose interessanti.

Saltiamo fuori dall’Italia per ripercorrere i miei peregrinaggi per l’Europa.

Ci sarebbe La Coruna, quella città nell’oceano lontano lontano ;) beh penso in lei e vedo la ragazza cresciuta fuori dai grossi centri di movimento, quella ragazza da 28 anni che ancora si stupisce, tremendamente semplice e che reagisce con curiosità alle novità che incontra nel cammino. Un po’ timida e che ti fa ridere.

E poi Barcelona. Barcelona ha 50 anni, di corporatura media e castana. E’ la signora moglie di un impresario, le piace criticare le amiche e anche no…anche lei ha un interesse per l’arte, e anche per alcuna novità più moderna, ma mai niente che la possa mettere in crisi. E’ una signora che vive in centro e va a cenare in macchina, ma guida il marito.

Infine Madrid…son qui da poco ma un’dea me la son fatta. Madrid è una signora da 60-70 anni. Un po’ burbera, di quelle col carattere così forte che all’inizio ti farfugliano qualcosa incazzoso e se ne vanno. Una signora che quando si muove lo fa a piedi. Se la conosci poco a poco può perfino raccontarti delle storie per andare a dormire. Ma prima di conoscerla, devi comportarti bene. E’ la nonna-centro della famiglia, orgogliosa dei suoi pregi e dei suoi errori, che difficilmente ammetterà. Una sorta di “sora Lella”. Non ha bisogno di muoversi perché saranno gli altri ad andare a casa sua a cercare conforto.

Sono solo impressioni, un modo curioso di vedere e descrivere le città. stranulato

Ne mancano alcune.


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Spargitori di spazzatura

Lo spargitore di spazzatura è una attività a cui alcuni si dedicano solo in occasioni puntuali, considerandola come una professione complementare alla normale e corrente. Gli spargitori si riuniscono normalmente in momenti in cui possono godere della compagnia di una massa festosa, che li accompagna e li osserva da distante nell’evolversi della propria performance. Una volta aggruppati e solamente dopo aver assunto sostanze inebrianti gli spargitori si mettono in marcia e iniziano a farsi notare rovesciando quanta più immondizia possano nella adiacente strada o marciapiede. Uno spargitore medio rovescia un normale cestino di spazzatura; quelli più esperti prendono interi cassonetti e riescono a spargerne il contenuto intero giusto in medio alla carreggiata, dove più si nota. Ci sono inoltre i veri professionisti, che non contenti del semplice rovesciamento si dedicano ad appiccare fuoco alla sacchetti maleodoranti, in modo da far risaltare la loro brillante capacità; altri ancora si sono specializzati e con forza sovrumana riescono a rovesciare intere campane di vetro.

Quando un numero importante di spargitori si spazzatura si riuniscono la comunità può apprezzare un altro gruppo di professionisti chiamati le squadre antisommossa, che con un bellissimo vestito nero e lunghi pali dolorosi si scagliano contro i primi per impedire loro di svolgere fino in fondo la propria attività. Nascono così veri e propri conflitti di interessi in cui gli uni e gli altri cercano di limitarsi a vicenda, con conseguenze spesso nefaste ed un gran casino per i vicini che vorrebbero solo starsene tranquilli a godersi la recente vittoria all’europeo.

Questa situazione non è frutto di miei personali atti vandalici, ma è stata uno stralcio della notte del passato 9 luglio, in cui la “Selecciòn” ha dato un giro alla propria storia imponendosi in finale alla Germania.

Come in ogni momento di euforia collettiva (qui poi lo aspettavano da 44 anni) la gente si lascia un po’ andare, e i più “vivaci” esagerano e diventano veri vandali.

La maggior parte della gente al contrario si è comportata bene, e non ha esagerato, se non di gomito.

Qui a Madrid, questi eventi così importanti si svolgono principalmente nella parte bassa del Paseo de la Castellana, ovvero dal Paseo del Prado, Recoletos fino a Plaza de Colòn (Colòn è il NOSTRO Cristoforo Colombo). Si tratta di un enorme viale che normalmente è supertrafficato e lungo il quale si sviluppa la vita turistica della capitale. La cosa bella è che nel caso eccezionale della vittoria all’europeo tutta questa strada è stata chiusa al traffico e la gente di rosso vestita si è riversata in massa verso questo spazio normalmente accessibile. Si tratta di un gran bel pezzo di Madrid.

Passeggiando in mezzo ai milioni di tifosi festosi era interessante vedere come la gente reagiva all’impadronirsi di questa parte inaccessibile della città, di come cambiavano la loro percezione della stessa potendo vederla da un punto di vista differente.

Sembrava che per molti la festa consistesse non tanto di festeggiare i campioni, ma di poter percorrere e mettersi in luoghi normalmente non accessibili. La festa era superare un limite urbano, che grazie al gran movimento euforico della massa risultava come una azione normale, come se ci fosse un desiderio di impadronirsi dei luoghi normalmente non accessibili…… non a caso erano tutti dentro le fontane.

Ed alcuni superavano il limite spargendo la spazzatura.

Alcune foto della festa…

buonanotte che è tardi

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Parliamo di acqua

Finalmente il bel tempo!!! Chi mi aveva detto che la Spagna era il paese del sole starà con soffrendo di rimorsi per la balla che ha detto…scherzo ovviamente, ma quest’anno veramente qui nella capitale non smette di piovere, un tempo nordico. Si è registrata negli ultimi mesi una quantità di precipitazioni che non si erano mai avute nella storia.

Acqua tanta acqua….la stessa acqua che sta caratterizzando un’altra città: Zaragoza, sul fiume Ebro, dove probabilmente saprete che da ieri è iniziata la Expo2008: tema della expo?L’acqua…manco farlo apposta. Tutto il complesso della manifestazione si sviluppa lungo l’ansa del fiume, che è stata appositamente trattata in modo da evitare le inondazioni. Avevano fatto male i calcoli e per il regime del corso d’acqua hanno dovuto spostare una parte della cerimonia di inaugurazione. Una buona parte dei padiglioni avevano perdite da ogni angolo e addirittura alcuni paesi si sono ritirati dall’esposizione. Sono stato a Zaragoza un mese e mezzo fa, ho visto una città assolutamente in trasformazione: è allucinante la quantità di cantieri in corso d’opera, il ritmo frenetico dei lavori, il numero di nuovi edifici realizzati e la frenesia che si respirava nella città pronta all’evento.

Mi fa pensare un po’ il senso che si da a questi eventi: si tratta indubbiamente di una possibilità data alla città di turno per rilanciare la propria immagine, ma tutto ciò ha dei risvolti che lasciano un po’ pensare. La Spagna negli ultimi due decenni ha accolto più di uno di questi eventi: la expo del 92 (Sevilla), l’olimpiade dello stesso anno (Barcelona) e ora Zaragoza.

In un altro viaggio a Sevilla sono passato nell’antica area della esposizione e il senso di sconforto è stato forte. Una buona parte degli edifici sono in disuso, altri molto poco usati e in generale l’area è rimasta ai margini della città; una specie di quartiere “semi-fantasma” che viene sfruttato solo puntualmente. Si tratta di assenza di pianificazione a lungo termine? Probabilmente.

Nello studio dove lavoravo a Barcelona ho avuto la fortuna di sviluppare i progetti di due piazze tematiche della ExpoZaragoza2008: “Oikos” e “Ciudades de agua”: uno dei punti base del progetto era la reversibilità dello stesso, con il desiderio di poter smontare e ricollocare in altri luoghi il padiglione. Posso dirvi che tale intento resterà un desiderio, almeno per i progetti a cui ho partecipato. Siamo ben lontani da una reversibilità completa: strutture leggere in acciaio (effettivamente smontabili), ma ben fissate a una piattaforma in cemento non così facile da smontare.

Questa cosa fa sorridere quando si pensa che il tema della Expo è l’acqua e l’intenzione è di sensibilizzare la gente su un tema di sostenibilità. E poi si realizza un complesso che probabilmente resterà come marchio indelebile nel paesaggio.

Gli investimenti sono enormi, il risultato interessante, ma le conseguenze non sempre controllabili.

In ogni caso è da visitare…

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Il lavoro nobilita l’uomo….mmm

Stavo leggendo il post del blog di “Federico the constant relocator” del 19 di maggio e il suo sfogo sull’atteggiamento “esporsi esporsi esporsi” di molti grandi studi. Mi sto facendo una idea di cosa sia per molti l’architettura: una maniera di fare soldi, un modo come altri di essere famosi e riconosciuti. La qualità in molti casi viene lasciata da parte e si costruisce per fare colpo, per farsi conoscere, perché si ha uno più contatti dove conta.

Mi sto rendendo conto che molti grandi nomi producono architettura come potrebbero produrre salami…non importa il contenuto, ma come lo vendi, e a chi ti vendi.

In uno studio che frequento spesso (ogni giorno per 8 ore) siamo arrivati a tenere delle cartoline stile villaggio vacanze all’entrata con le foto o immagini dei progetti realizzati. Le notizie più desiderate che si sentono sono quelle di un nuovo articolo in una rivista, della conferenza e della presentazione dell’ultimo libro.

Non voglio sputare sul piatto in cui mangio, mi stanno dando una opportunità di capire e imparare molte cose, ma inevitabilmente noti che forse quanto più grande è lo studio più gonfiato è…si tratta di una scala di valori differente dalla mia, probabilmente più commerciale e meno umana. Ho visto e sentito cose che ti fanno pensare, atteggiamenti di minimizzazione personale dei propri collaboratori che meritano solo sdegno. Non faccio esempi né nomi, ma attualmente il mio posto di lavoro non è assolutamente quello che mi aspettavo alla fine degli studi.

Ogni esperienza insegna e sicuramente la prossima volta avrò l’opportunità di cambiare atteggiamento.

Diciamo che finora in questi 2 anni le mie esperienze lavorative sono state un po’ sfortunate: licenziamento dopo 2 mesi, disegnatore caddista, e ora confrontandomi con una realtà che non condivido. Per fortuna alla fine di ogni giornata sempre c’è un baretto, un antro, un angolo di Madrid che ti accoglie per berti una birra e mangiarti un Pincho o una Tapa. E per fortuna sono circondato da persone che amano questo stile di sfogo…

Il progetto va avanti, a loro arriverà riconoscimento internazionale, a noi molti momenti felici fra amici…non c’è confronto.

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Arrivo a Madrid

In Spagna tutte le strade portano a Madrid…

Non è un proverbio (anche qui usano la versione romana), ma se si prende una cartina stradale del paese è facilmente visibile la concentricità delle strade verso la capitale: ciò non è un caso ma è nasce dalla fondazione di Madrid come capitale.

Non voglio parlare ora della storia della città, bensì della prima impressione avuta quando arrivai e durante il primo periodo.

Partii in auto da Barcelona percorrendo l’asse più importante del paese; per noi italiani il paesaggio è molto più denso, molto più costruito. Qui in Spagna è per la maggior parte non abitato.

Uscendo dalla città e dal suo interland si rimane veramente colpiti dal salto dal costruito al…semi-deserto. Quella che si chiama meseta spagnola è una serie interminabile di chilometri in cui solo di rado si vede qualche piccolo centro, qualche autogrill, alcune case di campagna, un paio di tori enormi e ogni tanto dei mulini a vento (quelli per la produzione dell’energia eolica, senza disturbare don chischotte)

Dopo ben 7 ore di viaggio potrete immaginare cosa volle dire arrivare nella capitale, una metropoli di 6 milioni di abitanti che, soprattutto negli ultimi anni, è cresciuta in modo tale da mangiarsi i centri limitrofi: un esempio, Alcalà de Henares è una cittadina che dista sui 40 km da Madrid, praticamente tutti costruiti.

Cercavo lavoro, ero nel posto giusto al momento giusto, per un architetto alle prime armi: ancora si respirava e si viveva il grande boom edilizio spagnolo…5 giorni e avevo 4 colloqui, il primo fissato ancora prima di arrivare, e uno fatto a Barcelona prima di muovermi: una possibilità di scelta allucinante. Mi muovevo di colloquio in colloquio e mi iscrivevo ad ogni forma di proposta interessante.

La città la scoprivo poco a poco, mi lasciavo portare dalle persone che conoscevo: mi vennero indicati il barrio di Lavapiés, di fare un salto a Las Tapas de La Latina, el Rastro, i grandi musei e la Castellana, giri di architettura e perfino appuntamenti sportivi. Era un non-stop di attività e colloqui…il tutto condito dalle classiche cervecitas. Mi iniziavo ad affezionare ad alcuni angoli, ad alcune zone più che ad altre…mi capitava di uscire da una stazione del metro e dirmi:”Questa è la Madrid che immaginavo…”.

In questa città devi passarci del tempo, all’inizio è impattante, difficile da prendere, bisogna saperci convivere…si fa scoprire poco a poco…

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