A Long Long Time (does it really mean anything)

Ehi, mi rimetterei a scrivere.

Le cose di cui parlare ci sono sempre, anche se, come sempre nel mio stile (che è anche la modalità classica di conversazione con mio padre),  mi sforzo di parlare di cose e persone senza parlarne direttamente, come quando per vedere meglio qualcosa non la si guarda direttamente puntandogli addosso un arrogante sguardo indagatore che facilmente si lascia distrarre dai dettagli, ma si fa finta di osservare una cosa sullo sfondo. L’oggetto in questione va fuori fuoco e si finisce per utilizzare la visione periferica, quella che vede poche caratteristiche ma le vede bene: lo sguardo del mammifero cacciatore che individua solo se una cosa è in movimento e dove va, e se la si può mangiare. Stesso motivo per cui alla domanda “come va” si risponde sempre con una frase di circostanza oppure indirettamente, elencando avvenimenti recenti e lasciando all’ascoltatore il compito di tirare le somme. “Fai te”, come dicono a Pisa.

Teaching, teaching, teaching. Am I spreading myself thin? Six courses in three different schools, with a peak period between January and June. It seems like that’s the only kind of work there is in Italy. Or the only type of work I can find.  Some of the teaching remains a thing which has an end in itself: students come and go and you never see them again. Dispensing knowledge in easy-swallow tablets, handout tsunami.

Sono già diversi anni che le cose si svolgono secondo questo calendario, col rituale ingresso nel rosso verso settembre-ottobre, e il fantomatico “tempo per fare le altre cose”, che poi sarebbero quelle veramente interessanti e produttive da fare, manca sempre, divorato dalla rincorsa della prossima lecture, della ennesima deadline burocratica, delle mille piccole commissioni domestiche e/o amministrative (prima nota spese). A sto punto la sensazione di essersi incistiti in una vita tutto sommato comoda ma diretta verso l’atrofia operativa si è tramutata in stato permanente.

Ah, Italia, quanto costano i cieli azzurri di settembre e l’odore dei pini… Un sacco de sordi! Il bel paese mummificato nel provincialismo, le dolci lusinghe dell’ignoranza (per carità, non intesa come opposto dell’erudizione), le fughe a ritroso nel confortevole bigottismo, la gestione di qualunque cosa contro il più ovvio buonsenso. Senza rischio non c’è guadagno, ma chi se ne frega di inventarsi qualcosa di nuovo quando si può continuare a vendere i gioielli di famiglia (il made in italy che non esiste più, le città d’arte). Finchè ce n’è… no?

A bientot

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