Solo una domanda: Perchè?

Oggi è il Giorno della Memoria, ed è giusto ricordarlo. Perchè oggi? Perchè il 27 gennaio del 1945 un gruppo di soldati russi si è trovato davanti lo spettacolo di Auschwitz. Un immenso campo abbandonato alla sua storia, in cui ancora dei sopravvissuti circolavano, lasciati a morire dai tedeschi in fuga. Uno spettacolo osceno e incomprensibile dev’essere stato per quei ragazzi russi, vedere questi spettri, ombre di uomini, apparire davanti ai loro occhi. Non sapere che fare, come aiutare qualcuno che aveva perso ogni dignità umana, ma non la volontà di sopravvivere. Ce lo racconta bene Primo Levi. E non lo dobbiamo nè possiamo dimenticare. Perchè? Per la follia di un uomo che ha contagiato un popolo, per l’odio verso una tribù, quella d’Israele, che tuttora viene combattuta e non trova pace….

Mi ricordo che mia mamma mi raccontava che, quando faceva la tesi di Laurea in Lettere, che aveva come tema la figura di Aldo Camerino, noto giornalista morto negli anni 70, non avendo materiali a disposizione, perchè si trattava di un autore contemporaneo, e non essendoci internet al tempo, era riuscita a scovare la moglie, la signora Ginevra, che viveva ancora a Venezia, e siccome era una brava ragazza educata e gentile, era riuscita ad ingraziarsela così ogni giorno o quasi andava a casa sua e lei le raccontava e le spiegava quello che le serviva. Era una donna colta, la Signora Ginevra, cantante lirica e amante delle lettere e dell’arte. Era Ebrea, come il marito. E raccontava a mia madre che durante la guerra erano fidanzati, e erano rimasti nascosti per tre anni, separatamente, da amici compiacenti, nel getto di Venezia, in sottotetti e cantine, ma raccontava l’esperienza di lui, che viveva scrivendo articoli di giornale sotto falso nome, mentre di lei non ha mai detto nulla. Troppo dura e dolorosa da ricordare.

Eppure gli ebrei di Venezia non se la sono nemmeno passata malissimo, in tanti si sono salvati grazie proprio alla conformazione della città che consentiva più di mille nascondigli e grazie agli amici veneziani.

Eppure penso sia giusto ricordare, continuare a raccontare, anche se è doloroso e faticoso, come fa la Signora Liliana Segre, perchè il mondo deve continuare a sapere, le nuove generazioni devono conoscere dove possono arrivare la follia e la crudeltà umana.

Nasce allora il museo di Libeskind, a Berlino, nasce da Libeskind, figlio di due sopravvissuti, portavoce delle loro e di mille altre sofferenze.

Nasce collegato al Berlin Museum e da lì vi si accede, perchè la storia degli ebrei e quella dei tedeschi sono troppo legate, impossibili da separare.

Ha la forma in pianta di un fulmine, ma anche di una stella di David smembrata e aperta da una mano cattiva. come pure sono dure, come tagliate le finestre, l’impressione che danno è proprio di durezza, crudeltà.

Anche lo zinco che rivestre le facciate e su cui si disegnano i tagli è freddo e crudele. E questo voleva trasmetterci Libeskind. Il giorno poi che Fabio ha scattato le foto era anche grigio, e faceva freddo nonostante fosse agosto, e si sentivano brividi che non venivano solo dal clima.

Continuando ad esplorare il museo, che non ha un criterio di funzionalità, ma rappresenta esso stesso un’opera d’arte atta a raccontare la vita degli ebrei in Germania, si arriva alla torre dell’Olocausto.

Vi si arriva percorrendo quella che è definita l’Asse della Morte, e vi si accede aprendo una porta pesante e molto spessa. Si tratta di una struttura in cemento armato, non climatizzata e illuminata indirettamente solo dalla luce del giorno che entra da una feritoia in cima. Impossibile vedere fuori, impossibile capire dove ci si trova o da che parte si è girati. Evidente riferimento ai viaggi in treno verso luoghi sconosciuti per giungere poi ai campi di lavoro. Giorni e giorni stipati in carri bestiame senza cibo ne acqua, senza possibilità di usare un bagno, senza niente di niente. La sensazione è brutta per pochi secondi, figuriamoci cosa devono avere sofferto quelle persone.

Una terza parte del museo è il Giardino dell’ Esilio, formato da 49 colonne (numero simbolo dell’anno di nascita dello Stato d’Israele, 1948, più una, centrale, che rappresenta Berlino). Le colonne sono riempite di terra e hanno piantate sulla sommità piante di olivagno, a simboleggiare come l’uomo, pur in luoghi impervi e in terra straniera, riesca a mettere radici. La sensazione che si ha camminando all’interno delle colonne è di smarrimento e perdita di equilibrio, dovuta anche al fatto che il piano di calpestio è inclinato volutamente di sei gradi per accentuare questa sensazione.

In sostanza, si tratta di un’opera d’arte realizzata con lo scopo di ricordare, a noi, ma soprattutto alle generazioni a venire, cosà può fare la razza umana contro se stessa, a che livelli di disumanità possa arrivare. Ed è giusto che lo si ricordi perchè tutto questo non accada più, anche se, lo sappiamo, non impariamo mai dai nostri errori e la faccenda che la storia è maestra di vita è una bufala pazzesca. Se non altro, si spera che tutto questo serva a farci porre una domanda e a farci ragionare almeno su quella. Perchè?

 

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